Accogliere significa ascoltare: l’importante del sostegno psicologico per Lgnet3Roma
Parlare di immigrazione vuol dire spesso rimanere intrappolati in statistiche senza volto, eppure dietro quei numeri ci sono storie silenziose, fatte di partenze difficili, coraggio e rinascita che meritano di essere ascoltate
Redazione | 29 gennaio 2026

LGNET3Roma è un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà che rafforza il sistema di accoglienza e integrazione socio-sanitaria delle persone migranti e rifugiate sul territorio romano. Questa è una rubrica di Mandragola e Liceo Niccolò Machiavelli di Roma, che racconta storie di persone migranti, per imparare a conoscere le persone e andare oltre gli stereotipi.

Riccardo è psicologo a bordo delle Unità Mobili di LGNET. Da anni lavora a contatto con le persone migranti nelle zone di frontiera: ​​a Lampedusa, Lesbos e nelle navi delle Missoni di Rescue.

Hai lavorato in alcune delle aree più delicate del Mediterraneo e conosci da vicino la drammaticità dei viaggi migratori: cosa significa fare supporto psicologico in contesti così complessi e spesso emergenziali?

Per noi che prestiamo supporto significa non voler accettare lo stato delle cose che riguardano persone in difficoltà per come si raccontano e voler vedere queste situazioni con nostri occhi, per chi chiede aiuto è un momento d'incontro e di confessione di vissuti che non si è ancora avuto modo di poter raccontare e condividere. Per altre persone, invece, il fattore emotivo è così forte che non riescono a parlarne e se le tengono per sé, ma fare queste mestiere vuol dire aiutare a capirsi una situazione di grande difficoltà.

Nel racconto pubblico si parla molto degli sbarchi e dei numeri, ma poco delle conseguenze psicologiche dei viaggi migratori: quali sono le fragilità emotive più frequenti che incontri nel tuo lavoro?

Dipende dal momento: il momento dello sbarco è sicuramente un grande momento di shock psicologico dovuto sostanzialmente alla paura di morire, per carenza di acqua, di cibo, per naufragio, per intemperie che rendono impossibile il viaggio. In questa prima fase non si è ancora avuto il tempo di elaborare tutto ciò che è successo, l'unica cosa che si fa è affidarsi a una persona che possa in qualche modo, dal punto di vista fisico o mentale, darti un aiuto. Dopo lo sbarco ci sono varie condizioni psicologiche che variano dalle difficoltà di adattamento a scompensi psichiatrici, disturbi post traumatici, ma ci sono anche forme più leggere come la solitudine dovuta al fatto di trovarsi in un altro continente senza più casa, famiglia, la propria cultura. Spesso ci si sente in colpa rispetto alla propria famiglia, o responsabili della famiglia che sia ha a carico. Quando ho lavorato in Grecia, ho fatto la conoscenza di uno stress ancora diverso: lì la richiesta di asilo si svolgeva interamente all'interno dei centri di accoglienza, ho incontrato persone che soffrivano fortemente lo stress perché vivevano in una specie di hotspot campeggio con tende condivise per anni. È uno stress diverso, dipende quindi moltissimo dal momento e dalla situazione in cui ci si trova al momento dell'arrivo.

Spesso si pensa che chi arriva debba solo “adattarsi” e andare avanti. Quanto è importante, invece, riconoscere e legittimare il trauma, la paura o il senso di perdita che molte persone portano con sé?

È importantissimo, ma spesso c'è un atteggiamento di menefreghismo nel pensare che si debbano adattare nel momento esatto in cui arrivano in un continente sconosciuto in cui non hanno nulla. Si tratta di persone che trovano una grande difficoltà, ma che non sono diverse da persone che hanno appena vissuto altri eventi traumatici come un terremoto o una calamità naturale. Non  verrebbe mai naturale andare a chiedere a queste persone di essere la stesse di un secondo prima, e non dovremmo farlo neanche nei confronti dei migranti. Sono fasi delicate della vita che appartengono a chiunque abbia subito un trauma, dal migrante a un cittadino colpito da una qualsiasi calamità, in entrambi i casi c'è una fase psicologica delicata che va riconosciuta, non facendolo si rischia di recare un ulteriore trauma alla persona.

Lavorando anche a bordo di navi di soccorso, hai incontrato persone subito dopo il viaggio via mare. Ora invece con LGNET sei a contatto con un’altra fase della migrazione, quella della ricerca di integrazione: cosa cambia, dal punto di vista psicologico, tra il momento del salvataggio e l’inizio del percorso a terra?

Il momento successivo al salvataggio è un momento delicato in cui superato lo shock iniziale ci sono grande aspettative verso il futuro, è una fase di illusione in cui si spera di essere emigrati in una Paese che funziona e dove le cose funzionano meglio rispetto al Paese di origine. Quando i migranti cominciano a integrarsi si rendono conto di tutta una serie di difficoltà nel provare a ricostruire una vita normale, nel sentirsi di nuovo una persona uguale alle altre, è un tipo di difficoltà diversa rispetto a quella del viaggio aggravata anche da un sistema di accoglienza poco favorevole che si va a sommare alle difficoltà precedenti che la persona può avere incontrato.

Dal tuo punto di vista, cosa dovrebbero capire soprattutto i più giovani rispetto alla salute mentale delle persone migranti e al bisogno di ascolto, oltre che di assistenza materiale?

Secondo me i giovani non dovrebbero capire a prescindere, ma apprendono per cultura e imitazioni, per l'educazione che ricevono dagli altri. Più che i giovani dovrebbero essere le istituzioni scolastiche ad approfittare di questo momento in cui la popolazione è più multiculturale per dare esempi di empatia e curiosità. Conoscere e avvicinarsi a qualcosa senza prendere le distanze e stigmatizzare da lontano, è un compiuto educativo che spetta alle istituzioni e che i giovani devono ricevere.