Spiagge di tutti o di nessuno? La situazione in Italia
Il problema degli stabilimenti balneari e della "privatizzazione" della costa
Anita Saccardo | 5 giugno 2026

Il tema delle coste italiane è un groviglio complesso di diritto, economia e tradizioni locali. Il Codice Civile con l’articolo 822 inserisce il lido del mare, la spiaggia, i porti e le rade nel demanio pubblico. Questo significa sia che lo Stato, che è il proprietario, non è autorizzato a vendere un metro quadro di spiaggia; sia che a nessun privato è concesso di acquisire la proprietà di una zona litorale. Lo Stato può però decidere di delegare la gestione di una porzione di questo bene a un privato tramite una concessione. Il privato diventa quindi un “affittuario” con l’obbligo di garantire determinati servizi, pagando un canone allo Stato. Questi beni sono destinati a soddisfare interessi di natura pubblica, come la navigazione e la balneazione.

Qual è la situazione?

Sebbene la legge tratti la spiaggia come "bene pubblico", la realtà geografica mostra una frammentazione estrema. Mentre in altri paesi europei esistono leggi che impongono l’80% di spiagge libere, in Italia la situazione è capovolta in diverse zone. In alcuni comuni, come Lido di Ostia e Forte dei Marmi, questa tipologia di zona litorale è quasi inesistente, oppure è ridotta a spazi marginali. Secondo il “Rapporto Spiagge” 2024 di Legambiente, gli stabilimenti balneari nel nostro Paese sono 12.166: tra le regioni dove il litorale è maggiormente occupato incontriamo Campania, Emilia Romagna e Liguria, con il 70% della costa occupata. Inoltre, il 22,8% della fascia costiera entro i 300 metri è artificializzato: Marche e Liguria sono le regioni con le percentuali più alte, con circa metà del suolo consumato, seguite da Abruzzo, Emilia- Romagna, Campania e Lazio con valori compresi tra il 31% e il 37%. Sommandovi la sempre crescente erosione delle spiagge sabbiose (che, secondo Legambiente, ne danneggia il 46% del totale), la percentuale di stabilimenti balneari arriva a occupare porzioni sempre maggiori delle nostre coste, riducendo ancora di più quelle che dovrebbero essere di tutti.

L’influenza della direttiva Bolkestein

Nel 2006 è stata emanata dalla Commissione Europea la direttiva 2006/123/CE, nota anche come Bolkestein.
Essa mira a liberalizzare i servizi del mercato unico europeo. L’Articolo 12 della direttiva stabilisce che se una risorsa naturale è scarsa, come le coste, le concessioni non possono essere rinnovate automaticamente, e devono quindi essere organizzate delle gare pubbliche tra i potenziali candidati. Sin dai primi anni in seguito all’emanazione della norma Bolkestein, l’Italia ha tentato di svincolarsi da vincoli imposti attraverso proroghe e rinvii. Dato che la maggior parte degli stabilimenti balneari è gestita dalle stesse famiglie da generazioni, lo scopo è quello di prolungare le concessioni a quegli stessi nuclei familiari. Questa realtà è stata soggetta a numerose polemiche e critiche, soprattutto poiché gli appalti non vengono sempre affidati a chi propone il progetto migliore. Di recente il governo italiano è stato costretto a piegarsi alla direttiva per evitare pesanti sanzioni. Ciò prevede che le concessioni attive siano valide fino al 30 settembre 2027, e obbliga i comuni costieri a predisporre i bandi di gara (documenti ufficiali che stabiliscono le modalità di partecipazione alle gare pubbliche). Questo brusco cambiamento è motivo di preoccupazione per gli attuali proprietari degli stabilimenti, i quali temono di perdere l’attività di una vita.

Il mare deve tornare ad essere nostro?

Cosa significa che il mare è “nostro”? Innanzitutto, essendo il mare una risorsa naturale e sociale, se l’accesso diventa esclusivamente a pagamento finisce per scoraggiare la popolazione a recarvisi. Vi è poi un impatto economico: molti stabilimenti fatturano centinaia di migliaia di euro all’anno, versando però allo Stato canoni annui che oscillano tra i 2500 e i 3000 euro. Occorre anche tutelare l’ecosistema costiero, il quale è costantemente minato dall’eccessiva presenza di appalti balneari. La cementificazione e la pulizia meccanica delle spiagge rischiano di danneggiare la biodiversità del luogo e le dune sabbiose. Infine, tutti devono avere la possibilità di gestire un appalto balneare, a patto che il progetto sia adeguato.

La pretesa dei bagnanti italiani è chiara: il mare deve tornare a essere “nostro”.

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