LGNET3Roma è un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà che rafforza il sistema di accoglienza e integrazione socio-sanitaria delle persone migranti e rifugiate sul territorio romano. Questa è una rubrica di Mandragola e Liceo classico Dante Alighieri di Roma, che racconta storie di persone migranti, per imparare a conoscere le persone e andare oltre gli stereotipi.
Roberto Latella è sociologo, formatore e supervisore di centri di accoglienza per migranti e altri servizi alle marginalità sociali. esperto di metodologie narrative applicate al lavoro sociale ed educativo e da anni raccoglie e conosce storie di persone migranti e non solo.
Nel racconto pubblico le persone migranti vengono spesso descritte come “non qualificate” o prive di competenze. Nella tua esperienza di sociologo e supervisore, quanto questa rappresentazione corrisponde alla realtà?
Direi molto poco, il pensiero comune è che si ha a che vedere con persone che in quanto vivono una condizione di marginalità e povertà portano con sé uno scarso livello di istruzione o competenze base, in realtà non è necessariamente così, specialmente quando parliamo di persone che provengono da paesi abbastanza lontani. Per venire in Italia da paesi lontani, come dal centro Africa, ci vuole un investimento economico significatico, e spesso chi arriva ha un livello socio-culturale molto alto. Vi assicuro che se ci chiudessimo molto meno in noi e ci aprissimo al dialogo con queste persone probabilmente scopriremmo di avere di fronte un medio, un infermiere, un chirurgo o un ingegnere, ma molto la maggior parte delle volte questi titoli fuori dalla comunità europea non sono riconosciuti o non sono facilmente riconoscibili, cosa che impone a chi si trova in questa condizione di dover trovare un lavoro alternativo che non corrisponde a ciò per cui ha studiato. È uno stereotipo pensare che ci viene dall'altra parte del mondo sia culturalmente meno attrezzato di noi.
Da anni raccogli storie attraverso metodologie narrative: puoi raccontarci qualche storia di persone migranti che smentiscono questo stereotipo?
Ci sono molte storie che potrei raccontare. Mi viene in mente quella volta in cui in un progetto di narrazione abbiamo chiesto ai partecipanti di costruire una storia aitobiografica e un ragazzo ci ha raccontato di essere un ricercatore universitario scappato dal proprio Paese per problematiche di tipo politico. Mi viene in mente una donna marocchina conosciuta durante un altro corso che ha una laurea in servizi sociali e una in economia che da noi purtroppo non valgono.
Molte persone arrivano in Italia con titoli di studio, qualifiche o esperienze professionali importanti, ma spesso non riescono a farli valere. Perché il riconoscimento dei titoli stranieri è così complesso nel nostro Paese?
Perché mancano gli accordi bilaterali tra i due Paesi. Con alcuni Paesi abbiamo delle procedure che seppure con difficoltà permettono il riconoscimento, ma con alcuni non li abbiamo proprio. Poi ci sono tutta una serie di aspetti legati ai tempi e ai costi di questi riconoscimenti: spesso anche dove gli accordi sono presenti questi altri due aspetti non permettono al migrante di vedersi riconosciuta la sua competenza.
Cosa succede, dal punto di vista umano e sociale, quando una persona qualificata è costretta a svolgere lavori molto lontani dalla propria formazione?
Come avviene in ogni caso, non solo quando parliamo di migranti, c'è una percezione di squalifica del proprio impegno, del proprio lavoro e della propria scelta. Se una persona con fatica costruisce un'identità intorno a una professione vedersela destrutturata può essere molto doloroso, oltre al fatto che un migrante che arriva qui ha già una difficoltà a far valere la propria cultura, se anche la dimensione professionale non viene riconosciuta ci si sente una persona che non esiste. I migranti sono molto bravi ad adattarsi, ma è frustrante avere studiato per anni e poi non poter mettere in atto le proprie conoscenze. Il problema non è solo questo ma anche cosa perdiamo noi in termini di competenza nel nostro Paese non costruendo un sistema efficace di riconsiscimento dei titoli. Pensiamo ai migranti solo come un problema, non capendo invece che sono anche una grande risorsa.
Hai parlato spesso di svantaggio non solo individuale ma collettivo: perché la mancata valorizzazione delle competenze delle persone migranti rappresenta anche un danno etico ed economico per il Paese di accoglienza?
Per diversi ragioni: in primo luogo perché potremmo aver bisogno di competenze che in questo momento in Italia sono carenti e che invece i migranti hanno. L'altro aspetto è che chiunque porti da noi una competenza venendo un'altra cultura porta con sè un'altra prospettiva che vale la pena integrare. Si tratta della possibilità di allargare la visione, ma nel momento in cui vediamo queste persone solo come oggetto di sfruttamento vuol dire perdere risorse, valori, storia e cultura.
