Fare comunità mangiando: Ways of Europe e il potere sociale del cibo
Diversi i progetti relativi a cibo e alimentazione ai quali ha partecipato Ways of Europe
Alessandra Testori | 4 maggio 2026

Il convivum romano, il banchetto, era un momento dedicato non solo al cibo, anzi: le pietanze nella loro concretezza erano forse l’elemento meno importante dell’intero contesto. A tavola si tessevano alleanze, si prendevano decisioni, si stringevano patti. O, più semplicemente, si parlava, si faceva amicizia. E se oggi possiamo farci un’idea di quello che poteva esserci nelle ciotole e sui taglieri dai resti inceneriti di Pompei, in tutti questi secoli l’essenza della convivialità non è rimasta sepolta sotto la cenere, ma ha mantenuto il suo ruolo principale nello stare a tavola insieme.

Mangiare insieme, condividere un tavolo, preparare un pasto: gesti quotidiani che, nei contesti giusti, diventano pratiche politiche. Per Ways of Europe è semplice: we eat together, we stick together. Se condividiamo il cibo, condividiamo l’umanità. E nel suo peregrinare per le città europee, il progetto si è imbattuto in tavolate, specialità e cucine di ogni tipo, ma sempre fedeli a un’unica idea: quella del pasto come convivialità.

La prima sera a Lampedusa, la scuola alberghiera dell’isola aveva preparato un aperitivo di benvenuto per tutti i partecipanti dell’evento transnazionale. Qui, in un territorio segnato da dinamiche migratorie complesse, cucinare e imparare a farlo significa costruire possibilità di migliorare la propria condizione, creare ponti tra esperienze diverse, dare forma concreta a un’idea di accoglienza che passa attraverso il fare. Il cibo di Lampedusa sa di futuro.

All’Auberge des Migrants di Calais, invece, i partecipanti sono finiti dall’altra parte dei fornelli, aiutando a preparare il pranzo per persone con background migratorio che vivono in condizioni di precarietà e vulnerabilità. In quel momento, in quello spazio, cucinare era diventato un gesto di prossimità, un modo per ridurre la distanza tra chi aiuta e chi è aiutato, trasformando l’assistenza in relazione.

Una relazione di accoglienza, ma soprattutto di supporto e di inclusione, come quella del servizio di ristorazione “Formació i Treball” di Barcellona con i suoi collaboratori. Qui il cibo è lavoro, ma anche inclusione sociale. Sedersi a tavola significa entrare in contatto con un modello che unisce qualità e responsabilità, in cui la ristorazione diventa occasione concreta di inserimento per persone in condizioni di vulnerabilità. Per chi era seduto a tavola, non si è trattato solo di consumare un pasto, ma di riconoscere il valore delle filiere sociali che lo rendono possibile: dietro ogni piatto c’è una rete di relazioni, percorsi di autonomia, possibilità di riscatto.

In tutti questi casi, il cibo funziona come spazio di incontro, come terreno comune su cui le differenze non vengono annullate, ma rese praticabili. Consumare o preparare cibo insieme non elimina le disuguaglianze, ma le rende visibili in un contesto in cui è possibile affrontarle. È un primo passo, concreto e accessibile, verso la costruzione di legami. Sedersi insieme, cucinare insieme, lavorare insieme attorno al cibo significa riconoscersi parte di una stessa comunità, anche quando le storie, le provenienze e le possibilità sono profondamente diverse.

Il cibo non è solo nutrimento, ma uno spazio in cui si costruiscono comunità e si rendono visibili relazioni e forme di solidarietà. Attraverso le pratiche conviviali, differenze culturali e sociali trovano un terreno comune, diventando occasioni di incontro più che di separazione. Preparare e condividere un pasto significa allora attivare un linguaggio capace di connettere esperienze diverse, trasformando il cibo in un vero e proprio ponte tra culture.

In un’Europa spesso attraversata da confini simbolici prima ancora che geografici, il tavolo condiviso diventa così un luogo politico. Non perché offra soluzioni immediate, ma perché crea le condizioni per immaginarle. Perché, quello di Ways of Europe, è un cibo buono da mangiare —ma è soprattutto buono da pensare.