Questo mese, per la rubrica Socialmente bello, intervisto Massimo Ascari, presidente nazionale di Legacoop Sociali, eletto nel 2025. Parlare con lui significa guardare alla cooperazione sociale come a un modello capace di affrontare le sfide del presente — crisi ambientali, economiche e sociali — con risposte concrete e inclusive. Le cooperative sociali, infatti, costruiscono ogni giorno reti di solidarietà, lavoro dignitoso e inclusione, mettendo al centro le persone. Come ha detto Ascari nel suo discorso di insediamento: "Vogliamo una cooperazione che non solo cura e accoglie, ma che agisce con coraggio per trasformare la società." Con una lunga esperienza nel mondo del welfare e dell’economia solidale, Ascari vede nella cooperazione non solo un modello d’impresa, ma un modo per costruire giustizia sociale e dare voce alle comunità, con un’attenzione speciale ai giovani, che considera protagonisti del cambiamento.
Che cos'è Legacoop Sociali e, in generale, Legacoop, e cosa significa oggi, nel 2026, fare cooperazione sociale?
Legacoop Sociali è l’associazione che, all’interno di Legacoop, rappresenta il mondo della cooperazione sociale, ovvero quell’insieme di cooperative che operano nei servizi alla persona e nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Per capire cosa significa questo oggi, nel 2026, è utile sapere cosa sia Legacoop nel suo complesso. Legacoop è una storica organizzazione di rappresentanza del movimento cooperativo italiano. Riunisce cooperative attive in diversi settori, a seconda del tipo di mutualità che le caratterizza. Ci sono le cooperative di consumo, come Coop, dove i soci sono i consumatori; le cooperative di dettaglianti, come Conad, dove i soci sono i commercianti stessi (quelli che trovi dietro al banco); le cooperative agroalimentari, che uniscono produttori agricoli come allevatori o viticoltori; le cooperative di produzione e lavoro, in cui i soci sono lavoratori subordinati (tra cui appunto le cooperative sociali); le cooperative culturali, attive in biblioteche, cinema, teatri e musei, e le cooperative abitative, che costruiscono case a costi calmierati per i propri soci. Il filo rosso che lega tutte queste realtà è che l’attività economica viene svolta non per massimizzare il profitto, ma per rispondere ai bisogni dei soci: che siano consumatori, commercianti, produttori, lavoratori o abitanti. Nel tempo, la cooperazione ha saputo adattarsi e innovarsi, e oggi fare cooperazione sociale significa essere protagonisti di un'economia che mette al centro le persone e i territori, affrontando le grandi sfide del nostro tempo, dalle disuguaglianze alla transizione ecologica, con strumenti imprenditoriali ma finalità solidali. È un modo di fare impresa che coniuga sostenibilità, inclusione e democrazia economica.
Il principio di mutualità, di cui parlavi, è ciò che distingue profondamente le cooperative da altre forme d’impresa: si basa sull’idea che l’attività economica venga svolta non per massimizzare il profitto, ma per rispondere ai bisogni dei soci. In questo senso, possiamo dire che il benessere delle persone — inteso in modo ampio, come qualità della vita, inclusione, partecipazione e sviluppo dei territori — sia davvero al centro della cooperazione. Ma cosa si intende esattamente per “mutualità” e perché è così fondamentale per il modo di fare impresa delle cooperative?
La mutualità è il principio fondante della cooperazione e ne rappresenta l’anima più autentica. Significa che le persone si uniscono liberamente per rispondere a un bisogno comune e migliorare, insieme, la propria condizione economica e sociale. A differenza delle imprese tradizionali, nelle cooperative non c’è spazio per la logica del profitto individuale o della concentrazione del potere: ogni socio ha lo stesso peso decisionale, indipendentemente dal capitale investito. Questo si traduce in un principio democratico molto chiaro: una testa, un voto. Non è possibile acquistare più quote per avere maggiore influenza. Io metto una quota, tu ne metti una: abbiamo lo stesso valore, gli stessi diritti e le stesse responsabilità. È un modello di partecipazione che promuove l’uguaglianza, la trasparenza e la responsabilizzazione collettiva, e che fa della cooperazione una forma d’impresa profondamente diversa, capace di coniugare efficienza economica e giustizia sociale.
I giovani spesso si sentono esclusi dal mondo del lavoro e dalla politica. In che modo le cooperative possono offrire spazi reali di partecipazione e protagonismo giovanile?
Mettere in pratica questi principi non è affatto semplice. Una cosa è scriverlo in un manuale o raccontarlo in un convegno, un’altra è viverlo ogni giorno, nella complessità del fare impresa oggi, anche nel mondo cooperativo. Le sfide sono tante: la pressione del mercato, la necessità di essere competitivi, la scarsità di risorse. E poi c’è un’esigenza crescente di velocità, di risposte rapide, di adattamento continuo ai cambiamenti. Tutto questo rischia di entrare in tensione con i tempi della partecipazione e del confronto, che sono invece i tempi naturali della democrazia cooperativa. La vera sfida, quindi, è trovare un equilibrio: imparare a conciliare la rapidità richiesta dal contesto attuale con la pazienza e la profondità del processo democratico. Riuscire a farlo significa non solo restare fedeli ai nostri valori, ma anche renderli vivi, attuali e capaci di affrontare il futuro.
"La pazienza della democrazia" è una definizione davvero potente. Possiamo allora dire che la cooperazione, pur tra le difficoltà e le sfide del fare impresa oggi, rappresenta una vera e propria palestra di partecipazione, dove si imparano il confronto, la responsabilità e la costruzione collettiva ma, proprio come in ogni palestra, richiede impegno, costanza e fatica?
Eh sì, la democrazia è faticosa, ma è anche indispensabile. Altre forme di organizzazione possono sembrare più rapide ed efficienti, ma spesso lo sono a scapito delle persone, che finiscono per essere ridotte a semplici ingranaggi di un meccanismo impersonale. La cooperazione, invece, propone un modello diverso, in cui chi lavora spesso è anche proprietario dell’impresa. Questo cambia tutto: le persone non sono solo esecutori, ma diventano protagoniste, portatrici di visione, competenze e passione. Il loro contributo può essere straordinario, ma per funzionare davvero serve un impegno reciproco. Da un lato, le organizzazioni devono creare spazi reali di partecipazione e responsabilità; dall’altro, soprattutto i giovani devono avere il coraggio di mettersi in gioco, di uscire dalla logica dell’attesa passiva. Non bisogna aspettare che qualcuno ci chiami: è fondamentale agire, assumersi dei rischi, prendere la parola. Il nostro è un mestiere complesso, ma anche profondamente coraggioso.
Parli spesso di una cooperazione che non si limita alla cura e all’accoglienza, ma che ha il coraggio di agire per trasformare la società. Come si traduce concretamente, oggi, questo coraggio e questa capacità di trasformazione?
Il coraggio di cui si parla non è un concetto astratto: lo vediamo ogni giorno nei luoghi più concreti e quotidiani, dall’asilo nido fino alle RSA. È un vero e proprio percorso di vita che accompagna le persone dalla nascita alla vecchiaia, passando per situazioni complesse come la disabilità, il disagio sociale, le marginalità. In tutti questi contesti servono dedizione e passione, certo, ma non bastano. Serve coraggio, perché spesso si lavora in condizioni difficili, e servono competenze solide: oggi, per esempio, per fare l’educatore non è più sufficiente la buona volontà, servono almeno tre anni di formazione universitaria. Ma tutto questo deve essere accompagnato anche da consapevolezza. Perché la partecipazione non è solo un valore etico, è anche una leva concreta di qualità e innovazione. I dati lo confermano: dove i lavoratori partecipano davvero alla vita dell’impresa, i risultati migliorano, sia in termini economici che sociali. Pensiamo al modello tedesco, ad esempio: realtà come Volkswagen applicano forme strutturate di partecipazione dei lavoratori, e non per idealismo, ma perché funziona. La partecipazione, insomma, non è un lusso o una concessione, ma un fattore
Molti giovani sono interessati a temi come ambiente, diritti civili, salute mentale. La cooperazione può offrire risposte concrete a queste urgenze?
Ci proviamo da sempre. La cooperazione sociale affonda le sue radici in un momento storico preciso e fondamentale: la chiusura dei manicomi, grazie alla rivoluzione culturale e civile guidata da Franco Basaglia. È da lì che nasce un nuovo modo di intendere la cura, l'inclusione e la dignità delle persone, soprattutto di quelle più fragili. Un film che racconta bene quello spirito è Si può fare, con Claudio Bisio: mostra come persone con disturbi psichici possano smettere di essere solo “utenti” e diventare protagonisti attivi della propria vita, anche attraverso il lavoro e la partecipazione a una comunità. Oggi, a distanza di decenni, il tema della salute mentale è ancora, e forse più che mai, un'urgenza. Viviamo in una società segnata dall’ipercompetitività, dalla precarietà, dall’isolamento, e sono soprattutto i giovani a pagarne il prezzo, spesso costretti in esperienze professionali tossiche, svuotate di senso e relazioni. In questo contesto, il ruolo della cooperazione sociale è essenziale. Ma dobbiamo essere onesti: ci troviamo a operare in condizioni sempre più difficili. La spesa sanitaria e sociale è sotto costante pressione, mentre i bisogni crescono e si diversificano. È un problema sistemico, che attraversa i governi e le stagioni politiche, e che rischia di mettere a repentaglio la tenuta dei servizi di base. Detto questo, noi ci siamo. Con 2.600 cooperative associate in tutta Italia e con una nuova generazione di giovani motivati, preparati e pronti a raccogliere la sfida. Continuiamo a credere che un altro modo di fare impresa sia possibile: uno che metta al centro le persone, la dignità, la salute e la coesione sociale. E lo facciamo ogni giorno, con coraggio e visione.
Possiamo dire che, soprattutto su temi cruciali, mettersi insieme attraverso la cooperazione è un modo concreto ed efficace per affrontare le sfide di oggi. C'è spazio, oggi, nella cooperazione sociale e in Legacoop, per chi vuole impegnarsi in un’attività che unisca impresa, responsabilità sociale e partecipazione attiva?
Certo, abbiamo esperienze che, soprattutto negli ultimi anni, si sono evolute in modo straordinario. La cooperazione sociale oggi non è più solo assistenza o cura nel senso tradizionale, ma è anche impresa creativa, inclusiva e innovativa. Oggi vediamo cooperative composte da ragazzi e ragazze con fragilità che gestiscono ristoranti, pasticcerie, rosticcerie, alberghi. L’ingresso di tante energie nuove ha trasformato anche la natura delle attività: non si tratta più solo di offrire un supporto, ma di creare veri e propri progetti di vita, dove la fragilità non è un ostacolo, ma un punto di partenza per costruire autonomia, dignità e futuro. Ci sono esperienze bellissime diffuse in tutto il territorio nazionale: realtà piccole e grandi, dalle cooperative che hanno acquisito strutture importanti, come ex cliniche, a quelle che gestiscono un laghetto sportivo con tre o quattro persone. E anche se i numeri sembrano piccoli, l’impatto è enorme. Perché se tra quei tre o quattro lavoratori ce ne sono uno o due che, senza quella cooperativa, non avrebbero mai avuto accesso a un lavoro, allora la domanda è: quanto vale una vita restituita alla possibilità? Uno degli obiettivi fondamentali oggi è proprio questo: dare visibilità a queste esperienze, farle emergere, raccontarle, perché sono la dimostrazione concreta che un altro modello di sviluppo è possibile. Un modello che non lascia indietro nessuno e che trasforma la fragilità in risorsa.
Spesso la scuola appare distante dalla realtà sociale e dal mondo del lavoro, in particolare da esperienze come quelle della cooperazione. Secondo te, è possibile creare un ponte tra le cooperative e gli studenti già durante il percorso scolastico, per far conoscere loro questo modello e offrire occasioni concrete di orientamento, formazione e partecipazione?
Sarebbe davvero una cosa meravigliosa. Le iniziative di incontro tra scuola e mondo della cooperazione sono importantissime, ma spesso si limitano a momenti isolati, come le classiche “giornate dell’orientamento” o gli incontri informativi. Utili, certo, ma non sufficienti a costruire un vero dialogo. Quello che servirebbe è un percorso più strutturato e continuativo, fatto di conoscenza reciproca, esperienze dirette, laboratori, testimonianze, magari anche tirocini o progetti scolastici co-progettati con le cooperative. Non ho in mente una formula precisa, ma sono sicuro che le nostre cooperative sarebbero entusiaste di partecipare a iniziative del genere. C’è una grande disponibilità, soprattutto da parte di chi lavora ogni giorno sul territorio e conosce il valore che può nascere da un rapporto vivo con i giovani e con il mondo della scuola. Creare questi ponti significa non solo far conoscere la cooperazione come possibilità lavorativa, ma anche trasmettere un modo diverso di pensare l’impresa, il lavoro e la cittadinanza attiva. E questo, oggi, è più che mai necessario
Potremmo immaginare un racconto a più voci, che mostri anche le difficoltà, non solo le esperienze positive.
Secondo te, cosa possiamo imparare dall’approccio cooperativo anche nella vita di tutti i giorni? In che modo il "cooperare" può aiutarci, ad esempio, a vivere meglio la scuola, le relazioni, il lavoro di gruppo? Quali valori ci trasmette e come possono influenzare positivamente il nostro modo di stare con gli altri?
Ci insegna che lavorare insieme non è facile, ma è profondamente efficace e, sì, può portare a "vincere", nel senso più ampio e umano del termine. Cooperare significa mettersi fianco a fianco, condividere obiettivi e responsabilità, e questo genera un effetto moltiplicatore: delle energie, delle idee, delle risorse. Non si tratta solo di “stare insieme”, ma di valorizzare le differenze per costruire qualcosa che nessuno, da solo, potrebbe realizzare. Abbiamo visto, d’altra parte, quanto siano spesso fallimentari le politiche economiche che puntano solo a comprimere il costo del lavoro, ignorando completamente il valore delle persone. Al contrario, oggi uno dei fattori decisivi nella scelta del proprio percorso professionale, soprattutto per i giovani, è la possibilità di contare, di fare la differenza, di essere riconosciuti non come un numero di matricola, ma come individui: con un nome, una storia, un’opinione, un'idea da portare. Il cooperare ci insegna proprio che ogni persona può e deve avere un ruolo. Che sia nella società, nella scuola, nei luoghi di lavoro, nei percorsi educativi, le persone chiedono sempre più spesso di non essere semplici ingranaggi, ma soggetti attivi, protagonisti, capaci di trasformare positivamente ciò che fanno. È una lezione che va oltre il mondo delle imprese cooperative. È un approccio culturale che può cambiare anche il modo in cui viviamo le nostre relazioni quotidiane: più ascolto, più rispetto, più corresponsabilità. E in un mondo che spesso ci vuole isolati e in competizione, imparare a cooperare è, forse, uno degli atti più rivoluzionari e necessari che possiamo compiere.
Certo, sentirsi parte di un contesto, di un processo condiviso, è fondamentale, soprattutto per i giovani, che spesso denunciano di non essere davvero ascoltati, soprattutto quando si parla del loro futuro, dei diritti, della sostenibilità. Secondo te, in che modo la cooperazione può offrire una risposta concreta a questo bisogno di riconoscimento e partecipazione? E come può cambiare il punto di vista all’interno di una cooperativa rispetto ad altri contesti, proprio sul tema del coinvolgimento reale dei giovani e dell’investimento sulle loro idee e competenze?
La cooperazione può davvero offrire una risposta concreta al bisogno di partecipazione e riconoscimento che molti giovani sentono oggi, soprattutto nei contesti in cui si parla del loro futuro, dei diritti e della sostenibilità. Prima di tutto, partiamo da un dato strutturale, ossia che nella quasi totalità delle attività gestite dalle cooperative sociali, il lavoro si sviluppa all'interno di équipe professionali. Questo significa che la collaborazione e il lavoro di gruppo non sono un elemento opzionale, ma una condizione di base, un’attitudine necessaria e quotidiana. I giovani che entrano in contatto con questo mondo si trovano fin da subito immersi in un contesto in cui contare, contribuire, confrontarsi è parte integrante del fare impresa. A questo si aggiunge la dimensione imprenditoriale cooperativa, che si alimenta e si rafforza proprio a partire da questa pratica professionale collettiva. Tuttavia, per trasformare questo approccio in vera partecipazione, serve un investimento reciproco. Le cooperative devono investire con serietà nella formazione delle nuove generazioni, offrendo spazi, strumenti e percorsi per renderle protagoniste anche nei processi decisionali, ad esempio nei Consigli di Amministrazione o nei gruppi dirigenti. Ma allo stesso tempo, è fondamentale che i giovani siano disposti a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità, ad accettare anche il tempo necessario per apprendere e crescere all’interno di una comunità cooperativa. Non si tratta solo di “essere ascoltati”, ma di imparare a esercitare il proprio ruolo, contribuendo in modo attivo, consapevole e costruttivo. In questo senso, la cooperazione non offre solo un’opportunità lavorativa, ma una palestra di cittadinanza attiva, dove i giovani possono sperimentare concretamente cosa significa partecipare, decidere, incidere. E questo, oggi, è un valore enorme.
Nella Lega delle Cooperative esiste una reale attenzione al coinvolgimento delle nuove generazioni? E in che modo viene favorito il loro inserimento attivo nei processi decisionali e nella vita delle cooperative?
Sì, all’interno della Lega delle Cooperative c’è attenzione al coinvolgimento dei giovani, e in molti territori vengono attivati percorsi concreti di formazione e accompagnamento, pensati proprio per favorire la loro partecipazione attiva. Ad esempio, si promuovono corsi e attività specifiche all’interno delle cooperative, in particolare per preparare i giovani a ruoli di responsabilità, come quelli nei Consigli di Amministrazione. Perché è chiaro che non si nasce amministratori, non esiste una scuola che ti “sforna” pronto a guidare un’impresa. Ci vogliono attitudini, competenze, ma soprattutto contesti che favoriscano la crescita, che offrano opportunità reali di mettersi alla prova. Naturalmente, non tutto è perfetto. Anche nel movimento cooperativo esistono difficoltà di ricambio generazionale, e ci sono situazioni in cui i gruppi dirigenti sono rimasti fermi troppo a lungo, chiusi al cambiamento. Ma la differenza è che la cooperazione ha nel suo DNA gli strumenti e i valori per affrontare queste sfide, per costruire una partecipazione più ampia e autentica. Come dire non siamo perfetti, ma abbiamo i geni giusti per evolverci. L’importante è continuare a lavorarci con convinzione, offrendo spazi veri e non simbolici ai giovani, e creando un ambiente dove possano esprimere idee, crescere, assumersi responsabilità e contribuire a costruire il futuro della cooperazione.
La cooperazione è distribuita in modo uniforme su tutto il territorio nazionale oppure esistono ancora differenze significative tra Nord, Centro, Sud? Lo chiedo anche pensando ai tanti ragazzi e ragazze che ci leggono da ogni parte d’Italia: cosa possono trovare nelle loro regioni e nelle loro città?
Se parliamo di cooperazione sociale, possiamo dire che è diffusa in tutte le regioni d’Italia, isole comprese. A differenza di altri settori cooperativi, storicamente più forti al Nord, la cooperazione sociale ha una presenza capillare su tutto il territorio. È vero che regioni come Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia e Piemonte hanno una maggiore concentrazione di cooperative, ma anche in aree con meno densità ci sono esperienze eccellenti, spesso molto innovative. Proprio in questi contesti, i giovani possono dare un contributo decisivo, aiutando realtà in crescita a svilupparsi e radicarsi. Quindi il messaggio è chiaro: le opportunità ci sono ovunque, e non bisogna scoraggiarsi se il contesto è piccolo ,anzi, può essere il posto giusto per fare la differenza.
La mia rubrica si chiama Socialmente bello perché vuole raccontare tutto ciò che contribuisce a costruire una società più giusta, umana e attenta al benessere di tutte e tutti. Da "artigiano del sociale", quale sei, qual è per te un gesto, un progetto o un’idea che incarna davvero questa bellezza del sociale? Cosa ti viene in mente quando pensi a qualcosa che rende il sociale non solo utile, ma anche profondamente bello?
Per me la vera bellezza del sociale sta nella trasformazione profonda che avviene quando una persona, fino al giorno prima ai margini della società, magari assistita e senza prospettive, riesce, grazie al lavoro e all’impegno di una cooperativa sociale, a diventare un lavoratore attivo, una persona che ritrova dignità, che contribuisce alla società, che mantiene la propria famiglia, che paga le tasse. È una trasformazione che ha un valore umano ed economico enorme, difficile da misurare. Perché senza quell’opportunità, quella persona sarebbe rimasta esclusa, invisibile, “a carico” della collettività. Invece, grazie all’inserimento lavorativo, diventa protagonista della propria vita. E questa, secondo me, è l’immagine più potente e concreta di cosa significhi costruire una società più giusta e inclusiva. Oggi questa trasformazione la vediamo in tante forme: dalla manutenzione del verde alla ristorazione, dalle pulizie alla gestione di strutture ricettive. C’è anche una nuova dignità nel tipo di attività che le cooperative sociali scelgono di sviluppare, sempre con l’obiettivo di dare opportunità reali a chi altrimenti ne sarebbe escluso. Quindi sì, la cooperazione è davvero trasformativa. E per questo è, a tutti gli effetti, socialmente bella. Ma è anche straordinariamente utile: se solo per una settimana ci fermassimo, come talvolta minacciano di fare certe categorie, l’Italia si paralizzerebbe. Questo fa capire quanto sia importante il lavoro quotidiano di migliaia di cooperative e di chi, come noi, si può definire a pieno titolo artigiano del sociale.
