Il futuro del giornalismo? Si gioca in classe?
Il futuro del giornalismo? Si gioca in classe?
La scommessa a quattro di Media@scuola, una rete di cooperative per portare la media education negli istituti superiori italiani
Fabio Cannessa | 1 July 2016

Nativi digitali, ci chiamano. Gente che nasce col tablet in mano, cresciuta a latte e social, in grado di comunicare col globo come mai in passato. Parlare ancora di media education, come se i ‘vecchi’ ne sapessero di più, può sembrare un paradosso. E lo sarebbe, se il livello di consapevolezza non fosse più basso del previsto. Ma alzarlo potrebbe essere la chiave per uscire dalla crisi dell’editoria. Che mette a rischio anche la democrazia.

È così che quattro cooperative del Nord Italia, tra cui Mandragola Editrice, editore di Zai.net, decidono di mettersi in rete per portare giornalismo e nuovi media tra i banchi di scuola. Media@scuola ha fatto il suo esordio al Salone del Libro di Torino con un’idea lineare: oggi, giovani utenti vigili, capaci di pescare nel grande mare della comunicazione immediata; domani, cittadini informati, fruitori di qualità e professionisti in grado di tenere il passo col cambiamento.

A provarci non sono i grandi gruppi editoriali, ma le piccole cooperative. Quelle che provano, col fiatone, a informare senza compromessi e senza servilismi. «La situazione è difficile. Il pluralismo dell’informazione non può essere garantito dal solo mercato», spiega Roberto Calari, presidente dell’Alleanza Cooperative Italiane Comunicazione. I finanziamenti all’editoria, insomma, servono eccome. Perché altrimenti «rimangono pochissime voci. Non possiamo guardare solo ai numeri. Un giornale locale lo leggono poche persone, ma questi sono forse cittadini di serie B?». Intanto, oltre la barricata sorgono le maxi fusioni editoriali, dove l’informazione indipendente è sempre più un miraggio. 

Nelle redazioni di provincia si guarda avanti. Un esempio è Setteserequi, settimanale romagnolo con un bacino di 4000 abbonati. Media Romagna, la sua cooperativa editrice, ha due vangeli: la transizione al digitale e la scuola. Spiega il presidente Manuel Poletti: «Fin dai primi anni abbiamo promosso attività con gli studenti. Sono usciti inserti speciali, abbiamo formato una redazione di liceali e tenuto decine di corsi». E non mancano i risvolti pratici. «Alle superiori c’è grande interesse, anche perché l’articolo di giornale è una delle prove di maturità. E poi alcuni ragazzi continuano a collaborare con noi», spiega Poletti. Ma la crisi? «Si sente, è dura. Speriamo che i contributi pubblici trovino una pianificazione».

C’è anche chi lavora per rivoluzionare la scuola stessa. Come Pandora, una cooperativa impegnata nella didattica digitale. L’aula del futuro, fatta di Lim, tablet e software innovativi, di fatto esiste già. Loro l’hanno esposta in anteprima all’Expo milanese. Il vero problema è un altro: «In molte scuole manca la connessione a internet», denuncia la presidente Daniela Faiferri. Uno scoglio che rischia di vanificare le risorse della “Buona Scuola”. Ma i ragazzi sono già così digital? «Si è parlato molto dei rischi, ma poco delle potenzialità. Così molti si credono smart, ma non sanno produrre contenuti personali. Su questo c’è ancora da lavorare». 

C’è un altro aspetto notevole. Quella di Media@scuola è la riscossa delle cooperative. «Sono l’unica garanzia di indipendenza, perché ogni voto vale uno e la società non è scalabile» spiega Calari. Non mancano esperimenti d’avanguardia, come quello di OpenGroup, che fonde in un’unica realtà attività di inclusione sociale, cultura e comunicazione via radio. Calari annuncia che il ddl allo studio del Governo prevede incentivi particolari per le start-up nate come cooperative. La strada maestra potrebbe essere proprio questa. E il vento, per una volta, porta un po’ di ottimismo.