Elezioni, calo affluenza: non diamo la colpa al disinteresse
Forse è giunto il momento di non utilizzare più la "disaffezione alla politica" come principale spiegazione della diserzione delle urne
Alex Lung | 6 October 2021

Si è da poco chiusa la prima tornata delle elezioni comunali, e Milano, Napoli e Bologna sono le principali città ad aver eletto il loro sindaco già al primo turno. Il fatto che tutti e tre i vincitori provengano dall'area di centrosinistra ha fatto cantar vittoria al Partito Democratico, con il segretario Enrico Letta che ha parlato di un'"uscita dalla ZTL" per la sua formazione. Eppure, il primo partito degli italiani non è il PD, ma quello dell'astensione, e ciò dovrebbe bastare a placare i festeggiamenti. A Roma, nel 2016 votò il 57% degli aventi diritto; domenica e lunedì si è recato alle urne appena il 48,8% degli aventi diritto. Calo evidente anche nelle altre principali città del voto: Milano passa dal 54,7% di affluenza al 47,7%, Napoli dal 54,1% al 47,2%, Torino dal 57,2% al 48% e Bologna dal 59,7% al 51,2%.

Disinteresse alla politica?

Difficile che il problema sia però la disaffezione alla politica, o quantomeno ai temi sociali che ne derivano. Gli italiani sono tutt'altro che disinteressati, e ciò è dimostrato dall'enorme partecipazione alla raccolta firme per i referendum su eutanasia legale e legalizzazione della cannabis. Entrambe le proposte hanno infatti raggiunto le 500 mila firme necessarie nell'arco di pochissimi giorni, e il dibattito intorno ad esse è stato molto caldo anche tra chi non le sosteneva. Sembra quindi che i cittadini non si fidino dei loro rappresentanti, e che vogliano avere un rapporto più diretto con la politica e con le riforme. Da un certo punto di vista si tratta di un bellissimo segnale, positivo e incoraggiante. 

Sindrome di sfiducia da pandemia?

Le elezioni amministrative 2021 sono state il secondo appuntamento elettorale dall'inizio della pandemia, ma probabilmente il più significativo, in quanto ci troviamo un periodo di apprente fine della situazione più emergenziale. I cittadini che si sono recati alle urne possono aver utilizzato il loro voto per "trarre le somme", valutando quindi l'operato dei leader e delle formazioni politiche nell'affrontare la situazione pandemica. È ormai lontano il momento in cui gli amministratori toccavano punte anche del 60% di popolarità, come tipico delle emergenze, quando i cittadini convergono attorno a chi li guida. IPSOS ha infatti registrato che gli italiani sono sempre meno convinti dell'imminente fine del pericolo Covid, e il 49% degli intervistati si è detto preoccupato dei rischi economici successivi alla pandemia. I cittadini non sembrano essere quindi rassicurati dalle promesse e dai progetti messi in campo dai leader politici, e tale mancanza di fiducia può essersi tradotta in una diserzione delle urne

Il rimedio?

Complesso immaginare una democrazia diretta in Italia, una delle repubbliche più chiaramente parlamentari del mondo; a cambiare dovrebbe essere piuttosto l'approccio della classe politica ai propri elettori. La cultura politica degli ultimi anni è ambiguamente caratterizzata dal desiderio dei politici di dimostrarsi "parte del popolo", spesso però giocando la parte degli "uomini forti" allo stesso tempo. Il segnale degli italiani potrebbe essere che non c'è bisogno di superuomini che indichino la strada, ma piuttosto di veri rappresentanti che ascoltino. Dopotutto, discussioni su eutanasia legale e legalizzazione della cannabis sono richieste dai cittadini ormai da anni, ma l'unico modo per aprire un dibattito è stato con un'iniziativa popolare, vista l'indifferenza di buona parte della classe dirigente a riguardo.