Baby gang: fenomeno mediatico o realtà?
Per internet gli adolescenti sono geni o criminali, ma occhio ai dati
Asia Vicentino | 9 settembre 2026

I giovani dei media sono poli opposti. Da un lato i prodigi: chi si laurea in anticipo, chi discute la tesi e due ore dopo partorisce. Dall’altro la nuova categoria sociale creata dalla cronaca, le baby gang, termine ombrello con cui i media raccolgono i reietti, i violenti, i creatori di panico sociale. Stampa e rete danno forma ai problemi sociali e la segnalazione di “fatti” può bastare per generare preoccupazioni nella società. La notizia sul giornale modella i contorni normativi e morali delle comunità: l’avvenimento fa da spartiacque tra l’incivile e il civile. Stanley Cohen, il noto sociologo, in “Demoni popolari”, parla di “panico morale”, per cui un episodio, una condizione, una persona o un gruppo vengono definiti come una minaccia ai valori e agli interessi della società. Un fatto sociale non nuovo, solitamente tra il raro e lo sporadico, viene trasformato in un problema di ordine pubblico da “imprenditori morali”, quali i media che, come agenti di immaginazione morale, attivano la demonizzazione del fenomeno, il gruppo di individui facilmente identificabile.

Le baby gang sono i nuovi “Folk Devils”?

L’analisi “Dis(armati): un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, del Polo Ricerca di Save the Children, mostra un quadro che non corrisponde del tutto alla cronaca. L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso, anche se negli ultimi anni aumenta il numero di minorenni denunciati o arrestati per alcuni reati violenti come rapina, lesioni personali e rissa. Il tasso di criminalità di minori e giovani adulti segue infatti un trend positivo: dai 23.000 segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni del 2004, si è passati ai 14.220 del 2024, con una diminuzione di oltre un terzo negli ultimi vent’anni. Anche a livello europeo il nostro Paese resta su livelli contenuti: i minori e giovani adulti sospettati o autori di reato sono passati da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, uno dei valori più bassi dell’area.

Il dato si inverte invece se parliamo dei presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni: sono 23.862, in aumento rispetto al passato, specie a seguito dell’attuazione del “decreto Caivano”, che amplia i casi di custodia cautelare per minorenni e restringe le alternative al carcere. Ciò che è cambiato è quindi la composizione del crimine di giovani e minori. Secondo il Ministero dell’Interno, infatti, durante il 2024 sono aumentati i denunciati o arrestati per rapina, lesioni personali, rissa o minaccia nella fascia d’età 14–17, mentre sono diminuiti i segnalati per associazione a delinquere di stampo non mafioso. Al gruppo strutturato, quindi, si sostituisce l’aggregazione fluida e interinale, salvo quella di stampo mafioso, anch’essa un trend in aumento già dal 2015. Un altro dato preoccupante misura i minori segnalati per porto abusivo d’armi o oggetti atti ad offendere: nel primo semestre del 2025 erano già 1.096. Le ragioni? I giovani intervistati si sentono “più sicuri” con le armi.

La violenza giovanile ha nuovi aspetti: non esistono più distinzioni secondo nazionalità o ceto. Il luogo d’origine è il ghetto, quello d’incontro la movida. I social media sono diventati lo strumento per selezionare il dove e il quando degli scontri. Internet è lo spazio di certificazione della violenza: fare paura significa essere visti. I media stanno cavalcando l’inasprimento del problema in senso pubblicistico: appiattire la complessità della situazione aumenta il pubblico, demonizza i giovani privando la cronaca della sua natura informativa civile.

Di chi è il problema

Allo scenario il mondo degli adulti risponde in modo emergenziale e fa della punizione e del controllo gli strumenti per prevenire la violenza minorile. Del fenomeno continuerà a esserci uno scarto tra realtà e percezione fin quando lo si tratterà ancora come solo un problema di sicurezza e ordine pubblico. È un grido di visibilità, vita, una sfida alla rabbia interiore. Ragazze e ragazzi stanno disinvestendo affettivamente nelle proprie vite, svuotano i gesti violenti del loro peso specifico e la violenza diventa l’unico modo per trovare un posto nel mondo. Percorsi di responsabilizzazione, veri dialoghi con i giovanili, dar loro la possibilità di partecipare alla vita sociale deve essere il nuovo impegno degli adulti.