Sono le tre del pomeriggio, ho un appuntamento con un’amica in Via dell’Amba Aradam e vorrei velocizzare il passo, essendo in ritardo, ma non riesco a causa del caldo. L’allerta meteo del telegiornale mattutino diceva “caldo africano violento” ma sono abbastanza sicura che non si tratti dell’Africa colpevole dei 40 gradi, quanto di crisi climatica. L’unica Africa che mi viene in mente è quella del luogo in cui sto camminando: il quartiere Africano. L’unica Etiopia cui penso è Via Adua in cui Maps mi suggerisce di girare. Tra il cemento nero urlante e i motori di auto bollenti che mi girano intorno, sento un peso strano addosso.
Rifletto – in estate non ascolto la musica mentre cammino o il telefono raggiungerebbe la temperatura del sole. L’altopiano dell’Amba Aradam si trova in Etiopia ed è storicamente legato al massacro dell’esercito del Generale Badoglio contro la resistenza etiope, crudelmente uccisa con l’utilizzo di gas, vietati dalla Convenzione di Ginevra. Uno dei capitoli più truculenti della storia etiope e una strada lo rimembra vittoriosamente. Stessa dinamica per Via Adua, o per non parlare di Piazza dei Cinquecento, comunemente nota come Stazione Termini, il cui nome originario abbandoniamo a fatica. Le statue, le piazze e l’onomastica urbana sono le tracce della storia nazionale. Le assegniamo con l’intento di “non dimenticare”, ma cosa succede quando la celebrazione riguarda massacri dei quali siamo i diretti colpevoli? Il colonialismo italiano viene raramente affrontato nei curriculum scolastici, è spesso relegato a un capitolo, talvolta anche qualche pagina, e l’immaginario collettivo italiano raramente si percepisce come coloniale, pur essendone un diretto interessato. Il progetto coloniale inizia nel 1890 con la nascita ufficiale della prima colonia italiana: l’Eritrea. Continua e si acuisce in nome del valore della “mediterraneità” con Benito Mussolini, nell’obiettivo di garantire anche all’Italia il suo spazio di civilizzatrice del continente africano nello scacchiere europeo. La natura apertamente razzista e schiavista del progetto non deve celare una componente, spesso nascosta, dei tentativi disordinati e violenti delle missioni italiane in Africa: il senso di inferiorità o di “colonialismo interno”, come ne parlano alcuni studiosi e studiose, che ha sempre accompagnato la politica e il governo del Paese rispetto alle grandi potenze dell’Occidente. A partire dal ’30 Mussolini e i generali al suo fianco portano avanti missioni sempre più cruente e sotto la corona italiana contiamo: Etiopia, Libia e Somalia. L’Italia perde i suoi possedimenti oltremare con la sconfitta nel Secondo Conflitto mondiale: un singolo momento storico e il Paese passa da forza, seppur piccola, coloniale alla realtà post guerra che tutti conosciamo, un luogo senza risorse da ricostruire interamente. Così la storia coloniale del Paese non ha una cronologia estesa, il colonialismo italiano termina ufficialmente nel 1960, con l’apertura degli archivi, neanche un secolo insomma, rispetto ai due, tre, quattro secoli di nazioni quali la Gran Bretagna o la Francia. Che sia per la vita breve o per la gestione disordinata del progetto, nella ricerca delle ragioni dietro “l’afasia coloniale italiana”, come ne parla Ann Laura Stoler, il pezzo mancante del puzzle è anche un altro.
La decolonizzazione mancata
La perdita improvvisa dei possedimenti coloniali non ha permesso al Paese il processo che ha, invece, modellato la storia della seconda metà del Novecento europeo: il postcolonialismo. La riconsegna dei territori agli Stati, un tempo sottomessi, a seguito dei movimenti indipendentisti, l’abbandono delle terre coloniali sono le tappe che hanno obbligato i colonizzatori a fare i conti con le loro azioni. Gli studi e la cultura postcoloniali nascono nella necessità, e forse anche l’obbligo morale, di problematizzare il rapporto dell’Europa colonialista, e non più coloniale, con l’altro, da sempre considerato tale e così nella necessità di essere civilizzato. Il mondo anglofono e quello francese, soprattutto, hanno impegnato il secondo Novecento nel rinnovamento della storicizzazione e della critica culturale, riconoscendo sulle loro spalle il fardello di progetti violenti e razzisti: letteratura, arte, storia, geografia, urbanistica, linguaggio, persone e politiche vengono sezionate e giudicate nella loro responsabilità. In Italia esiste il postcolonialismo? Si è mai pensato di complicare e analizzare il nostro rapporto con una storia, che seppur breve, è stata altrettanto reale? Quando pensiamo a Viale Eritrea, ricordiamo le vittime eritree con la stessa consapevolezza con cui pensiamo alle trincee ogni volta che leggiamo Via Piave o ai partigiani per Piazza della Resistenza? Queste, insieme ad altre, sono le domande che hanno scosso l’opinione pubblica quando nel 2017 Ruth Ben-Ghiat, docente della New York University di Italian Studies, pubblica su The New Yorker un articolo intitolato “Why are so many Fascist Monuments Still Standing in Italy?” (“Perché in Italia ci sono ancora così tanti monumenti fascisti in piedi?”). Il dubbio della studiosa è corretto: esiste una parte della tanto amata e apprezzata architettura italiana che, seppur esteticamente bella o affascinante, è eticamente controversa. Ruth Ben-Ghiat mette in chiaro vari aspetti tra cui: il nesso storico tra colonialismo e fascismo, per cui se problematizziamo il fascismo è il momento di problematizzare anche la sua arma bistrattata, la colonizzazione violenta. La mancata defascistizzazione del Paese e dunque di decolonizzazione della politica e della cultura. Il ruolo politico dell’arte.
Una strada decoloniale
Il ritorno del rimosso al conscio, forse di questo si tratta. In un contesto in cui la cultura e i singoli non si sentono responsabili del progetto coloniale esiste un archivio della colonialità che fa da testimone e che necessita di essere interpretato. Strade, piazze, musei, palazzi sono il segno di un passato controverso nonché di un ricco possibile spazio di decolonizzazione. Assegnare il corretto valore politico a campi il cui giudizio primo è estetico trasforma queste tracce da invisibili a visibili e ricche di significato nella narrazione della storia. Viale dell’Amba Aradam nasce per celebrare una vittoria ingiusta ed eticamente negativa, le strade dunque sono due: o si cambia il nome o si lascia. Lasciare il nome richiede probabilmente uno sforzo maggiore, la problematizzazione. Cambiare, invece, taglia la questione alla radice: cancellare per non ricordare una realtà negativa. La via d’azione, o l’assiologia, ovvero la logica dietro l’azione, non è unica, va da sé. Luca Peretti, docente che si occupa di studi postcoloniali italiani tra Cambridge e Warwick, ha recentemente pubblicato un interessante articolo intitolato “Italian colonial material legacies” (“Tracce del colonialismo italiano”) in cui si pone il problema della completa afasia, appunto, che sovrasta il passato coloniale in Italia. Il mancato discorso sulla memoria è studiato dal docente nelle vesti di un giornalista: decide di intervistare. Rifiutando la distanza, che il lavoro universitario gli imporrebbe, chiama: due associazioni cittadine, Tezeta e Resistenze in Cirenaica, due docenti universitari, Ruth Be-Ghiat e Hannes Obermair, due curatrici d’arte, Alessandra Ferrini e Viviana Gravano, e la nota scrittrice Igiaba Scego, e il postcoloniale diventa una vera pratica collettiva. Tutti riflettono sui possibili perché, sulle narrazioni scorrette, su come cambierebbero alcune politiche o risemantizzerebbero statue perché le contronarrazioni sono forme mentis responsabili e svuotate delle categorie culturali di oppressione e razzismo. Un esempio. A Bolzano, città trilingue, vittima di un’italianizzazione forzata, linguistica e culturale, durante il periodo fascista, lo scenario architettonico e artistico non era mai stato esaminato dalla fine del Secondo conflitto. Nel 2017 il bassorilievo di Mussolini nella Piazza del Tribunale viene sottoposto a una pratica di defascistizzazione. Il monumento viene analizzato nella sua idiosincrasia etica e la proposta artistica, oggi visibile, è l’affissione di una frase, nelle tre lingue di Bolzano (italiano, tedesco e ladino) di Hannah Arendt sopra di esso: nessuno ha il diritto di obbedire. Funziona per voi?
