Gentrificazione, le città stanno cambiando
Il termine “gentrificazione” nasce negli anni ’60 per descrivere il fenomeno dei borghesi londinesi che invadevano i quartieri popolari. Oggi è un termine ombrello che racchiude varie tendenze: l’aumento dei prezzi, la diminuzione della povertà, i cambiamenti nei gusti, gli investimenti internazionali, l’espulsione dei residenti e il problema della classe sociale d'origine
Asia Vicentino | 23 aprile 2026

Ruth Glass nel 1964 conia la parola “gentrificazione” davanti alla ironica tendenza della comunità più ricca di Londra, quella bianca, di trasferirsi e voler comprare casa nelle zone meno “posh” – imbellettate, abbienti, chic. La gentrificazione nasce come diagnosi a un problema, l’aumento del valore degli immobili, che fa crescere gli affitti e l’insicurezza degli inquilini. Sempre più spesso i ricercatori stanno considerando la gentrificazione non la causa, ma il sintomo della scarsità di alloggi e del divario tra stipendi e costo della vita, specialmente dei giovani. Il dibattito pubblico si concentra sui problemi dei quartieri che si arricchiscono, ma il fenomeno più comune è l’opposto: i residenti a basso reddito si trovano con l’acqua alla gola, molti quartieri si impoveriscono sempre di più, e le città si svuotano. La gentrificazione contemporanea dovrebbe riguardare: l’accessibilità economica delle città e l’allontanamento dei residenti, specialmente i giovani. Glass lo chiamava il “carattere sociale complessivo di un quartiere”: i negozi chiudono, si spengono i locali cui si era affezionati, tutto cambia. Il costo culturale della trasformazione delle città è difficile da quantificare ma solleva un problema etico non sottovalutabile: bisogna sbarrare la strada ai nuovi arrivati o accoglierli senza danneggiare chi c’è già?

Una natura morta di città

Il fotografo Giovanni Cocco scatta dal 2015 al 2019, prima dell’inizio della pandemia, delle immagini in pellicola, in una lenta e silenziosa esplorazione di Venezia. Ne esce una serie che si intitola “A che ora chiude Venezia”, nella quale il fotografo si chiede che cosa succede a una città e ai suoi spazi pubblici quando si svuota degli abitanti e si popola solo di turisti: diventa una pittorica natura morta.

Le città sono incessantemente attraversate da persone che non le abitano: turisti, lavoratori, studenti e migranti, tra chi arriva per scelta e chi per necessità, chi si ferma per qualche notte e chi per qualche mese. Il nostro turismo è di massa, ci si sposta sempre di più e si è sempre più flessibili a livello lavorativo, per cui le categorie di abitanti temporanei sono sempre più sfumate. Nel 2019 le case su Airbnb, superavano quelle date in affitto ai residenti nei centri di sei città (Bologna, Firenze, Napoli, Palermo, Roma e Venezia). A Roma alcune zone hanno perso un terzo dei loro abitanti a causa degli affitti turistici. Con gli abitanti sono scomparsi i negozi di quartiere, i prezzi sono aumentati e il flusso continuo di turisti ha reso le strade e le piazze impraticabili. Sempre meno persone vivrebbero nel centro storica della città. Sociometrica ha stimato nel 2020 che a Roma ci sono cinque milioni di turisti non registrati ogni anno, il 30 % degli ufficiali, tutti riconducibili agli Airbnb. Ovvero, cinque milioni di persone che usano i servizi pubblici e non pagano l’imposta di soggiorno.

Overtourism

Già prima della pandemia, si erano moltiplicate le iniziative e i movimenti sociali di denuncia sugli effetti del sovraffollamento turistico e degli affitti brevi. Le autorità, al posto di regolamentare le locazioni e favorire chi sceglie di vivere in città, hanno parlato solo della necessità di educare i turisti, e di investire nel turismo “di qualità”, quello più ricco di quello low cost. Primo problema: il turismo low cost, per quanto ci dispiaccia, è la contemporanea forma di turismo, anche perché viaggiare bene non se lo può permettere più nessuno. Andando oltre, una prima scelta dei sindaci per contrastare l’eccessiva congestione di persone era limitare l’accesso a pezzi di città. A Venezia erano stati istituiti dei varchi per regolare l’accesso al centro storico, a Firenze si innaffiavano i gradini delle chiese per non far sedere i turisti. Arrivata la pandemia, i centri storici si sono desertificati, e i proprietari di case come i commercianti hanno chiesto sussidi e indennizzi. I comuni potevano operare in due direzioni: riportare i residenti nei centri urbani o puntare su altri abitanti temporanei, la strategia più veloce e conveniente è stata la seconda. Nel 2021 la Fondazione di Venezia, l’Università Ca’ Foscari e l’azienda Cisco hanno lanciato “Venywhere” una piattaforma per attirare una nuova popolazione di cittadini temporanei e sviluppare un’alternativa al turismo di massa. Venivano offerti servizi come l’assistenza per ottenere il visto e trovare case e spazi di lavoro: in poche settimane la piattaforma aveva registrato 1200 iscrizioni. Nel 2020 l’Università di Venezia aveva stretto un accordo con Airbnb per destinare le case vacanze vuote agli studenti. Nel momento in cui il turismo è ripreso gli studenti sono stati sfrattati. Nell’agosto del 2025 Venezia registrava meno di 50.000 abitanti. La peste del 1348 decimò meno la città lagunare. A luglio dello stesso anno il Parlamento ha approvato un emendamento che dà la facoltà al comune di stabilire un limite massimo di locazioni brevi, ma questo non si è mosso in questa direzione. Nella città, piuttosto, si è tornati a parlare di un biglietto per l’ingresso che, come protestano i residenti, risolve il problema in un solo aspetto: trasforma la città in un museo.

Il costo delle città

La pratica del nomadismo digitale, la cui definizione è ancora in transito, viene spesso chiamata anche “geoarbitrage” da geographic arbitrage, traducibile con arbitrarietà geografica. In pratica si sceglie un paese con un basso costo della vita, guadagnando all’estero un salario più alto. È stato recentemente creato un sito web ad hoc per calcolare il paese con il migliore rapporto tra salario estero e costo della vita locale. Questo fenomeno ha anche un altro nome: gentrificazione transnazionale. Se la prima è il processo per cui lo spazio urbano è progressivamente riservato a utenti sempre più ricchi e ha come conseguenza l’espulsione degli abitanti più poveri, ma anche semplicemente quelli meno ricchi, il secondo elemento fa riferimento al fatto che il processo può avvenire tra paesi diversi. Siamo davanti a un meccanismo che è l’effetto di politiche che corteggiano le élite transnazionali e che gettano nel dimenticatoio programmi sociali quali alzare i salari, migliorare la qualità della vita, dei servizi e delle economie locali. Va da sé che questa élite è prima di tutto appetibile per piattaforme digitali quali Airbnb che punta sullo stesso segmento di affitto di medio periodo. Al momento, dunque, abbiamo concettualmente due gentrificazioni in atto le turistiche e quelle dei lavoratori da remoto, con impatti simili. Gli affitti alti, altissimi a breve e medio termine non sono in competizione, essendo il mercato immobiliare lo stesso. Ma i nomadi digitali sono a loro volta il risultato delle trasformazioni dei rapporti di lavoro, della precarietà e della temporaneità. Migliaia di giovani lasciano l'Italia in cerca di condizioni migliori altrove. Firenze, mentre cerca di attirare nuovi abitanti temporanei che non pagano le tasse, registra l'incremento più problematico di emigrazioni estere: 400% negli ultimi dieci anni, secondo l'Istat. Così nessuno deve negare gli effetti positivi in termini sociali e culturali dell’arrivo di nuovi abitanti, e il problema non è se li si vuole o meno. La questione deve toccare la necessaria consapevolezza degli effetti della cosiddetta gentrificazione: la polarizzazione sociospaziale, l’aumento delle disuguaglianze.

Il nostro spazio di libertà

Il geografo Filippo Celata, da anni ormai impegnato nello studio della precarietà delle città , ricorda che: “Quello dell’attrattività è un paradigma, inscritto nel modello neoliberista, indifferente alla redistribuzione della ricchezza, all’aumento delle disuguaglianze, agli effetti di ingiustizia fiscale” e che “La città è vista come un dispositivo di consumo e la popolazione temporanea come un’occasione di guadagno. Ma c’è un problema di giustizia tra chi usa la città e chi paga per farla funzionare”. Città, negozi e case hanno smesso di essere un bene sociale e sono diventate uno strumento finanziario. Oggi il nostro spazio di azione è questo: scegliere come abitare i nostri luoghi. Se si contribuisce alla vita sociale e culturale del quartiere che ci ha sempre attirato e ci si comporta come vicini, non come investitori e investitrici, allora le nostre città saranno veramente nostre.