Ways of Europe a Barcellona contro l'appropriazione culturale gitana
La conferenza ha fatto luce sulla cultura rom e sul suo impatto sull'immagine delle tradizioni catalane
Alessandra Testori | 7 aprile 2026

La quarta conferenza transnazionale si tiene con il nuovo anno nella vibrante e poliedrica Barcellona e Fundaciò Privada Pere Closa ne è la protagonista. Tre giorni di convegno in cui la fondazione presenta con orgoglio e sentimento il suo attivismo, ormai storico, per l’integrazione della comunità gitana in Catalogna.

Rambla de la Mina 2. Questo non è solo l’indirizzo della Fondazione, ma una realtà che parla: la Rambla, la via più nota di Barcellona, e la Mina il quartiere alle sue porte che la città vorrebbe dimenticare. Il 17 marzo, primo giorno di convegno, la presentazione di Vincente Rodriguez sulla storia della comunità dimostra quanto vivere i fatti, studiarli e raccontarli sia un processo controverso. Voi sapevate che la comunità nasce molto probabilmente in India? Che il romanì è una lingua indoeuropea come il latino? Che la prima attestazione della presenza gitana in Europa risale al 1425 a Saragozza? E che l’amatissimo Flamenco in realtà non si chiama così, ma Rumba, e che è la musica del popolo gitano? Dal ballo a Django Renhairdt, moltissimi dei simboli che sono stati naturalizzati come spagnoli non lo sono, ma sono il frutto di un’appropriazione culturale silenziosa e continua, che solo la scoperta può chiarire.

Nel primo pomeriggio un tour, accompagnato dal racconto della sua vita da parte di un testimone, del Barrio de la Mina. Il quartiere nasce con la dittatura di Francisco Franco, che lo interpreta come uno spazio urbano per nascondere la comunità. I vecchi palazzi sovraffollati non hanno acqua né luce corrente e i mezzi non permettono una connessione vera tra il centro e il quartiere. Franco cade, ma la reclusione del luogo non termina con lui. La costruzione di un’autostrada e la presenza del fiume al lato opposto lo isolano sempre di più, e della qualità della vita a pochi sembra importare. “Come si chiama questa via?” chiedo, “Calle Venus” mi si risponde. Qui le strade sono indicate con la nomenclatura del sistema solare, “hanno usato il mondo più distante e difficile da comprendere che potevano” si aggiunge. La scuola, la Fondazione e i campi sportivi sono i luoghi della resistenza alla chiusura, come alla finta commistione, che palazzi di lusso di nuova costruzione, con balconi rivolti verso il mare, troppo timidi per affacciarsi sul folklore della Mina, vorrebbero celare.

l 18 marzo l’appuntamento è al Museu d’ Historia de Catalunya, per una mostra temporanea su “La Roma Comunidad de Catalunya”. Guida una storica, Mercedes Porras Soto, creatrice dell’esposizione, che racconta che cosa significa essere gitana e portare questo passato sulle spalle. Dalla tradizione orale alla street photography, la mostra chiarisce la costruzione dell’identità di una comunità che ha travalicato secoli e confini geografici, e che tutt’oggi la si tiene fieramente stretta. Dare voce al singolo, al particolarismo e al nascosto si conferma il primo passo della lotta all’indifferenziazione deresponsabilizzante.

Il rifiuto delle attenzioni più paternalistiche e dell’attivismo di moda è il fulcro anche di questo quarto Manifesto. Nel pomeriggio della stessa giornata delle tavole rotonde hanno permesso la redazione e discussione puntuale dei suoi obiettivi: promuovere politiche di presenza attiva nei luoghi, un’educazione decostruita e volta alla valorizzazione di approcci critici all’informazione è un punto di comune accordo. Impegnarsi a essere la voce della società civile nella sua espressione più diversificata, lottare contro l’esclusione urbana, economica e professionale si conferma essere per Ways of Europe il pegno di fede per far credere di nuovo nell’Europa e nel suo valore a chi era stato abbandonato.

Nell’ultimo giorno, il 19, Pere Closa decide di portare il Manifesto al tavolo dell’Ajuntament de Barcelona. Il progetto viene così aggiunto alle politiche antirazziste che la città si è promessa di attuare in un piano decennale. La normalizzazione delle disuguaglianze ha cullato fin troppo e l’assopimento della società civile ha giovato ai soli cinici fautori di un mondo polarizzato e deresponsabilizzato. Noi vogliamo il cambiamento, e tu?