Antigone o la guerra infinita
A Siracusa il pubblico non la smette più di applaudire e Robert Carsen riceve il premio Eschilo d’oro
Asia Vicentino | 14 maggio 2026

Nella sera del 10 maggio 2026 al teatro greco di Siracusa, la tragedia Antigone fa scoppiare il cuore del pubblico. Terza del trittico tebano, l’opera è diretta da Robert Carsen, regista canadese che l’ha reinterpretata senza farle perdere neanche un briciolo della sua classicità. O meglio, forse, ha ricordato quanto i classici sono lo spazio della libertà perché parlano di noi ancora prima che ce ne accorgiamo, e soprattutto per sempre.

È l’alba a Tebe, e con il sole albeggia in cielo la vittoria. L’esercito del figlio di Edipo, Eteocle, ha sconfitto l’esercito dell’altro figlio di Edipo, Polinice, venuto in guerra con la sua città Argo per riprendersi il trono. Nello scontro fratricida, i due fratelli si sono uccisi a vicenda, il trono è allora passato al loro zio Creonte. Il sovrano ha stabilito di concedere gli onori funebri a Eteocle, lasciando insepolto il cadavere di Polinice, nemico dello stato. Antigone, sua sorella, si ribella all’editto: trasgredisce la vomos, e attua “the Burial of the dead” come direbbe T.S.Eliot. Creonte, venuto a sapere della violazione della legge, la condanna a essere rinchiusa per sempre in una grotta. Le parole di Ismene, sorella di Antigone, sono le stesse insistenti vane domande della donna di A Game of Chess: What are you thinking of? What thinking? What? Ma se Eliot non fa rispondere il marito, inabissato nella violenza della memoria, così neanche Emone, figlio di Creonte e sposo promesso di Antigone, fa cambiare idea al sovrano. Il volere degli dèi si manifesta ma Creonte lo comprende troppo tardi: perde Antigone, perde Emone suo figlio, entrambi morti suicidi, e la moglie Euridice, che si toglie la vita alla notizia della morte del più giovane della stirpe. È, forse, il 422 quando Sofocle presenta la tragedia, ma in scena non ci sono tuniche greche o un palazzo fastoso: c’è una scalinata crivellata da colpi, un coro in divise nere e soldati con i fucili. I versi del Sofocle urlano vita e attualità nella traduzione di Francesco Morosi e il cast recita una tragedia vecchia e odierna: la faida atemporale tra cuore e ragione, stato e individuo, uomini e donne, padri e figli.

Antigone, interpretata da Camilla Sevino Favro, è la protagonista ma non nel suo struggimento per una vicenda intima e familiare, quanto nel suo dolore per la guerra, i lutti, la commozione collettiva, il disastro universale, mai astratto, sempre visibile. Nella centralità della scala martoriata dai proiettili dominante la scena, lo scenografo Radu Boruzescu rappresenta la verticalità del potere, iniquo, violento e dispotico, che si eleva e si separa, nella sua manifestazione figurale della guerra, dall’umanità devastata, colta dal regista attraverso la voce del coro. Non c’è sudditanza alla storicità del tempo, anzi, forse la distanza temporale della tragedia grava ancora di più sulle nostre coscienze, che davanti alla fedeltà sacrale al valore assoluto del testo tragico, ci gettano in un’unica dimensione psicologica, quella dell’eternità dei classici che ci ricordano quanto non cambiamo mai. I costumi di Lusi Carvalhoe lasciano senza interrogativi: Creonte è un sovrano della storia più atavica, come un dittatore di oggi. È vestito di nero, è elegante e scende le scale tenendo spettacolarmente per mano una spersonalizzata first lady. Il suo seguito ha fucili puntati, è in divisa sempre pronto ad attaccare. La trasmutazione insensibile della disarticolazione disumana tragica è tutta qui: dimensione elegiaca del melos, in grida, lamenti e pianti, e la profanazione dei corpi che continua imperterrita nell’oggi della scenografia. I movimenti di scena, curati da Marco Berrile, ricreano processioni di morti, la stasi dell’impotenza, la pietrificazione dei sentimenti, l’indifferenza del potere, il tutto nella memoria del teatro espressionista tedesco del primo Novecento, che ispirò Pirandello nella scena finale incompiuta del mito de I giganti della montagna. I toni modernistici dell’interpretazione degli attori bucano il canone tragico in un simbolico recupero del tempo delle due guerre mondiali. La lettura politica della tragedia elogia il valore salvifico della parola del mito, che parla un linguaggio antidoto a ogni dissoluzione della libertà e Carsen lo ringraziamo e premiamo anche per questo. 

Antigone è in scena fino al 5 giugno: https://www.indafondazione.org/antigone2026/