Quando il sessismo diventa un affare di Stato
La “più grande democrazia del mondo” mette il bavaglio. E comincia dalle giornaliste
Gaia Canestri | 10 marzo 2026

“Sei una giornalista di terza categoria, brutta, sia dentro che fuori” dice a Katie Roger, “stai zitta maiala” a Catherine Lucey, a Kaitlan Collins rimprovera di essere una pessima reporter perché non l’ha mai vista sorridere in dieci anni, e questo vuol dire che non dice la verità a detta del Presidente; in un’altra occasione l’aveva definita “stupida e cattiva”, prima ancora le aveva imputato la colpa dei pochi ascolti della CNN. Anche Nancy Cordes è nell’elenco di Trump delle “giornaliste stupide” che fanno domande inutili, ma la lista delle giornaliste attaccate è ancora lunghissima.

Donald Trump non è un pazzo che non sa quello che dice, ma un uomo che segue una strategia ben precisa: colpire le giornaliste per indebolire l’informazione, invalidare la loro professionalità un passo alla volta attraverso il sessismo, un canale che può fare leva sulla maggior parte degli ascoltatori. La motivazione è evidente, il giornalismo è troppo scomodo per chi ha più di qualche scheletro nell’armadio, e l’unico modo per metterlo a tacere è azzerare la fiducia e il rispetto che il popolo ha nei suoi confronti. “Sei brutta, grassa, stupida” diventa “non sai fare il tuo lavoro, quello che dici è falso, le tue parole non valgono niente”. L’unico modo per assicurarsi che la strategia funzioni è darne un buon esempio proprio a partire dall’alto; d’altronde se il Presidente stesso le insulta un motivo deve pur esserci, così diventa normalizzato fare la stessa cosa anche per i cittadini. 

La tecnica Trump ha funzionato perché ha trovato un terreno ben fertile ad accoglierla: le inchieste scomode ci piacciono solo quando non riguardano da vicino qualcuno per cui simpatizziamo e la libertà di stampa è sotto attacco come non mai. Fingiamo di non sapere che chi racconta la verità per mestiere nel migliore dei casi viene attaccato con un insulto sessista, nel peggiore ucciso; eppure difendere la loro voce vuol dire difendere la democrazia stessa, perché quando il potere delegittima chi fa domande, a perdere sono tutti i cittadini.