Negli ultimi anni l’Autotune è diventato uno degli strumenti più discussi del panorama musicale contemporaneo. Il suo utilizzo è cresciuto soprattutto nei generi trap, rap e urban, arrivando a dividere pubblico, artisti e addetti ai lavori. C’è chi lo considera un aiuto eccessivo per la voce e chi, invece, lo vede come un vero e proprio strumento creativo. Al di là delle opinioni, però, oggi l’Autotune è una presenza costante nella musica: dalle playlist alle esibizioni live, fino al palco del Festival di Sanremo.
Ma cos’è davvero l’Autotune? In termini semplici, è un software che corregge automaticamente l’intonazione della voce, modificandone la frequenza. Se un cantante emette una nota leggermente stonata, il programma interviene riportandola alla nota corretta prevista dalla melodia. Un esempio classico è il “La” a 440 Hz: se la voce non è perfettamente intonata, l’Autotune la sistema. Questa operazione avviene in pochissimi millesimi di secondo, tanto da risultare impercettibile all’ascolto quando l’effetto è usato con moderazione. L’Autotune, però, non è uno strumento “tutto uguale”: esistono tre principali tipi di Autotune, che vengono usati in modo diverso a seconda del contesto e del risultato che si vuole ottenere.
Il primo è l’Autotune dal vivo, quello che agisce in tempo reale durante concerti, festival ed esibizioni televisive. In questo caso la voce entra nel microfono, viene elaborata dal software e restituita immediatamente alle casse già corretta. È molto rapido ed efficace, ma meno preciso rispetto alle correzioni fatte in studio. Proprio per questo, se spinto troppo o se si verificano problemi tecnici, può risultare evidente all’ascolto, come è successo in alcuni casi diventati virali sui social. Il secondo tipo è l’Autotune automatico in studio. Viene applicato alle tracce vocali registrate e funziona impostando una tonalità o una scala di riferimento. Il software corregge in automatico tutte le note che escono da quell’intervallo. È molto utilizzato nella musica trap perché, regolando parametri come la velocità di correzione, permette di ottenere il famoso effetto robotico ed elettronico che caratterizza questo genere. Il terzo è l’Autotune manuale (o grafico), spesso definito pitch correction. È il metodo più preciso e “invisibile”: il produttore interviene nota per nota, correggendo solo dove serve. Questo tipo di Autotune è diffusissimo nella musica pop e viene usato anche su voci già intonate, semplicemente per renderle più pulite e perfette, senza alterarne il timbro naturale.
La differenza tra un uso naturale e uno evidente dipende soprattutto da quanto velocemente il software fa passare la voce da una nota all’altra. Se il passaggio è brusco, il risultato sarà artificiale; se è graduale, la voce manterrà un suono naturale. Quando l’Autotune è molto marcato, la voce sembra muoversi “a scatti”, perde i passaggi morbidi tipici del canto e assume un timbro metallico o elettronico. In Italia l’Autotune è molto diffuso, soprattutto tra gli artisti della scena trap e urban. Nomi come Sfera Ebbasta, BLANCO, Madame, Lazza, Rose Villain, Tedua, Geolier e Achille Lauro ne fanno largo uso, anche in contesti importanti come il Festival di Sanremo. Proprio Sanremo è spesso al centro delle polemiche: per alcuni rappresenta la tradizione del “bel canto”, per altri è una vetrina della musica contemporanea. In ogni caso, il regolamento consente l’utilizzo dell’Autotune sia nei brani in gara sia nelle cover. A livello internazionale, l’Autotune ha una storia ancora più lunga. La prima artista a utilizzarlo in modo evidente è stata Cher nel 1998 con il brano Believe, diventato un successo mondiale anche grazie al celebre ritornello dalla voce robotica. Da quel momento l’effetto si è diffuso rapidamente, soprattutto nella scena hip hop e rap statunitense, diventando un tratto distintivo per artisti come T-Pain, Kanye West, Travis Scott, Future, Drake e Lil Wayne.
Una delle curiosità più interessanti riguarda l’origine dell’Autotune. Il software nasce infatti da studi legati alla ricerca del petrolio. Il suo inventore, Andy Hildebrand, era un ingegnere specializzato nell’analisi delle onde sismiche e solo in seguito ebbe l’intuizione di applicare lo stesso principio alla voce umana per correggerne l’intonazione. Oggi l’Autotune non è più soltanto uno strumento per “aggiustare” le stonature. È diventato un mezzo espressivo vero e proprio, usato per sperimentare, creare nuovi suoni e rendere una voce immediatamente riconoscibile. Che piaccia o meno, rappresenta uno dei simboli della musica contemporanea e del modo in cui oggi la voce è parte di una performance più ampia, fatta di suono, stile e identità.
