Nelle ultime settimane ha fatto scalpore una notizia proveniente dal mondo della scuola, una decisione del Ministero che ha spinto studenti e insegnanti a chiedersi se il passato non ci stia bussando di nuovo alla porta.
"Rilevazione studenti palestinesi anno scolastico 2025/2026" è l'oggetto di una comunicazione rivolta ai Dirigenti delle scuole sia statali che paritarie d'Italia inviata dal Ministero dell'Istruzione e del Merito. Si chiede di indicare il numero degli studenti presenti in ogni scuola e i loro dati identificativi, il tutto senza nessuna motivazione allegata. Presidi, insegnanti e reti studentesche hanno subito chiesto che venisse giustificata questa richiesta, che così formulata assume caratteri quanto meno discriminatori. “In un momento storico in cui il popolo palestinese continua a subire un genocidio, che si perpetua dietro una finta tregua, questo tipo di provvedimenti rischia di alimentare sospetto, stigmatizzazione e isolamento”, denuncia la comunità palestinese. Anche l’Unione sindacale di base (Usb) ha definito “inaccettabile l’introduzione di una vera e propria schedatura su base etnica” considerando poi che il Ministero dovrebbe già essere in possesso di questi dati.
Il Ministero ha replicato specificando che la finalità della richiesta è l’adozione di misure di accoglienza e integrazione nel percorso scolastico; l’opposizione ha sollevato allora una domanda: “Perché partire da un censimento se poi non si spiegano chiaramente obiettivi, modalità e tutele? Se l’intenzione è davvero quella di migliorare l’integrazione, allora bisogna partire dalla trasparenza”.
Non si tratta di allarmismo o di voler vedere il male dove non c'è; se nel mondo "liberale e democratico" che abbiamo costruito dalle ceneri dalla Seconda Guerra Mondiale viene perpetrato un genocidio che fatichiamo a dichiarare tale, forse alla richiesta di un censimento senza nessuna giustificazione è anche lecito domandarsi quale sia lo scopo.
