Quando le emozioni prevalgono sui fatti
Le notizie che vogliamo ascoltare
La quantità e la rapidità dell’informazione sono valori in costante crescita: ma a farsi strada nella rete sono sempre fatti che presentano le stesse caratteristiche
Giulia Toninelli | 6 May 2016

L’ enorme e sconfinato mondo dell’informazione è costruito attraverso una fitta rete di notizie, più o meno diffuse a seconda di ciò che volontariamente si riceve e si scarta, si enfatizza o si nasconde.

Ma come vengono dettate le regole assolute di un universo politicizzato e propagandistico come quello della libera informazione internazionale?

Si fa leva, mostrando alle masse le grandi notizie giornaliere, su molti aspetti diversi che però sembrano basarsi sul comune desiderio di risvegliare nell’uomo i suoi sentimenti più superficiali, quelli di pancia, quelli più istintivi.

Si parla di masse, non nel senso dispregiativo che lo scrittore George Orwell non avrebbe esitato a chiamare “acefale”, ma semplicemente nel contesto di una informazione destinata al grande numero. 

I problemi affiorano quando la gente, mossa dalle emozioni umane, prende una posizione, quella del cosiddetto “pensiero unico” che fa appello ai nostri sentimenti comuni, quelli che ci piace provare, come la sorpresa e l’indignazione.

Un esempio? Qualche tempo fa, un pensionato sessantacinquenne residente a Vaprio d’Adda, un paesino alle porte di Milano, ha ucciso un ladro di origini albanesi che si era introdotto nel suo appartamento in piena notte. L’uomo è stato accusato di omicidio volontario: “Solo per indagare” assicura la polizia, per poi decidere se si tratta o meno di legittima difesa. 

Poche ore dopo è già scandalo: vengono a galla i mille episodi in cui è avvenuta la stessa situazione, si discute sulla mancanza di un’apposita legge, sulla versione dell’anziano, sulla possibilità di avere o meno una pistola, sull’opportunità di uccidere un uomo per difendere la propria famiglia.

Tutti argomenti da non sottovalutare nella visione generale di una storia che, seppur già vista, non mostra il segno della minima banalità, ma che anzi interessa le persone e trasmette loro l’ansia di proteggere il proprio territorio e la propria casa.

Così i telegiornali hanno affrontato il fatto e così l’Italia l’ha ricevuto in pasto, mangiato con foga e ora, attraverso l’indignazione popolare, capovolto in un rigurgito d’odio, paura e rabbia.

La notizia che parallelamente compare a bordo pagina è proprio quella di un’intera città incoraggiata da questa tragedia, di un corteo notturno che acclama l’anziano urlando “Uno di noi” e intonando le note dell’inno italiano, di un’incredibile serie di affermazioni che non solo difendono l’omicidio avvenuto, ma invocano la morte dei complici.

Non è questa la rabbia che tanto piace ai giornali? Quella che fa scendere in piazza, quella che muove le persone, quella che fa parlare, discutere, urlare? 

Questo, seppur pericoloso, è quello che si cerca di enfatizzare, perché il confronto umano, serio e moderato, non ha mai fatto notizia e mai la farà.

Ma non solo l’indignazione apre gli occhi al mondo.

C’è qualcosa che ha fatto digrignare i denti all’intera Europa pochi mesi fa, ed è l’esaltazione della pietà.

Aylan Kurdi è lo sfortunato protagonista, un nome qualsiasi, una storia di disperazione come tutte quelle che stanno colpendo i migranti, ma Aylan quest’estate ha fatto scuotere la coscienza di tutti.

A chi appartiene quel nome che non sembra dire nulla? Dove sta la forza della sua notizia? 

Il senso della sua tragica importanza risiede tutto in una fotografia: probabilmente una di quelle che tra vent’anni ricorderemo vividamente e che nel frattempo avranno fatto la storia.

Aylan in quella foto indossa una magliettina rossa e dei comuni pantaloncini blu scuro, piegati all’altezza della vita, è steso a terra, la faccia in giù, tra la schiuma delle onde, e sembra dormire su quella spiaggia isolata. Aveva tre anni e stava scappando dalla guerra, è morto insieme alla mamma, i fratelli e altre otto persone.

È tragico dirlo, quasi crudele, ma tra vent’anni nessuno si ricorderà delle persone che hanno perso la vita con lui quel giorno, nemmeno di tutti i bambini che in questi anni sono morti e stanno ancora morendo nell’esodo del ventunesimo secolo. Nessuno li ricorderà perché fanno parte di un numero indefinito senza volto e senza nome. Aylan Kurdi invece no, il suo volto è impresso nella mente di tutti, la sua morte ha scatenato in noi il sentimento più umano che ci sia e continua a scatenarlo ogni volta che ci torna in mente quella fotografia.

Inutile dire che anche intorno a questo caso sia nato un putiferio: l’opportunità di mostrare un’immagine del genere, l’indecenza di vivere in un mondo dove cose così accadono e l’ipocrisia di chi di fronte a questo dice “bisogna fare qualcosa”. 

Quella frase che si sente in ogni trasmissione, dalla bocca di ogni politico, dalla penna di ogni giornalista, quella frase che prende vita, vita vera, nella mente delle persone solo nel momento in cui si fa appello ai sentimenti che ci piace provare. 

Non è mai un vero terremoto senza morti, uno Tsunami senza immagini di onde che sovrastano le città, un omicidio senza dettagli scabrosi, uno stupro senza drammi psicologici, una morte senza commiati malinconici. Non è mai una vera notizia se non si appella ai sentimenti, se non lascia la gente divorata e logorata, se non la stupisce.

Non è mai una vera notizia se non sveglia il mondo e, scuotendolo, lo cambia un po’. Magari solo per il tempo di un post su Facebook che partecipa all’indignazione virale di turno.