La solidarietà arriva (solo) dal basso
Tra le iniziative di solidarietà da parte dei cittadini e delle associazioni spunta un grande interrogativo: cosa sta facendo lo Stato per integrare i rifugiati afghani?
Alex Lung | 12 October 2021

Cosa ne è stato degli afghani scappati da Kabul lo scorso 30 agosto? E di tutti quelli fuggiti negli anni passati, in un identico dramma umano anche se lontano dai riflettori? Ben 4.890 afghani erano già giunti in Italia con i corridoi umanitari attivati dal governo, tra cui 1.453 bambini e, mentre si fa sempre più lampante il fallimento dell’Occidente nei confronti del resto del mondo, una piccola risposta positiva arriva dal basso: dai singoli ancora in grado di offrire una reale accoglienza e un’autentica solidarietà.

Come siamo arrivati a questo?

Ai microfoni di Zai.net, Syed Hasnain - presidente dell'Unione Nazionale Italiana per Rifugiati ed Esuli (UNIRE), lui stesso giunto in Italia come rifugiato dall’Afghanistan - spiega che il suo popolo è stato vittima di tre grandi crisi negli ultimi quarant'anni, che hanno creato un'unica lunga perturbazione. "Si tratta di un conflitto a lungo termine, iniziato negli anni Ottanta con l'invasione da parte dell'URSS, in sostegno al governo filo-sovietico contro i mujaheddin (combattenti della jihad islamica, ndr)", spiega, "Al ritiro dei sovietici seguì la guerra civile, con gli stessi gruppi di mujaheddin e le varie etnie del paese: pashtun, uzbeki, kazaki e altre minoranze". È in questa seconda fase di crisi che nascono i talebani, un gruppo di fondamentalisti sostenuti anche dal governo pakistano, in grado in poco tempo di conquistare il paese. Dopo gli attentati dell'11 settembre, il presidente statunitense Bush decise di attaccare tutti quegli Stati ritenuti responsabili del dilagare del terrorismo, tra cui proprio l'Afghanistan dei talebani. Ebbe quindi inizio l'occupazione americana: "Nell'ultimo ventennio, in qualche modo si è avuta una sorta di democrazia" illustra Hasnain, "ma il problema è che in questi ultimi anni è stato messo in piedi un governo molto corrotto che ha reso il sistema fragile". L'ultimo tassello di questa gestione fallimentare è stato l'accordo tra gli Stati Uniti di Trump e i talebani, siglato nel 2020 a Doha senza il consenso del governo di Kabul, che ha disposto l'abbandono delle truppe internazionali entro il 31 agosto 2021. In questo modo, il fragile sistema afghano si è ritrovato inerme contro la forza dirompente dei fondamentalisti, che hanno conquistato il paese in pochi giorni.

La grave mancanza di progetti di integrazione

Ma cosa ne sarà ora degli afghani giunti in Italia? Difficile a dirsi. "Molti rifugiati ci hanno contattati per chiederci come continuare i loro studi, ma ci sono molti ostacoli" racconta il presidente di UNIRE. "Una signora che in Afghanistan faceva la dottoressa, ad esempio, ha espresso il desiderio di continuare la professione, ma il suo titolo di studio non è stato riconosciuto. I rifugiati si ritrovano nella condizione di dover ripartire da zero, anche se si tratta di persone che collaboravano già con le forze italiane a Kabul". Il sistema dei centri d'accoglienza si dimostra, ancora una volta, non in grado di rispondere alle esigenze di integrazione e ripartenza degli esuli. Gli afghani giunti in Italia nelle scorse settimane sono noti alle autorità, conoscono la lingua e sono pronti a qualsiasi progetto di formazione o inserimento professionale. Il problema è che, al momento, poco o nulla è stato attivato. Tale disagio si rispecchia anche nella vita quotidiana: "C'è una famiglia che ci ha contattati, ospitata in un centro d'accoglienza in Sardegna", testimonia Hasnain, "sono lontani chilometri dalla città e si stanno chiedendo come riusciranno, in queste condizioni, ad inserirsi nella società".

Una solidarietà che parte del basso e dalle università

Ma se i progetti concreti da parte dello Stato sono carenti, non si può dire lo stesso delle iniziative delle associazioni e dei privati cittadini. In tutte le città italiane che stanno ospitando famiglie afghane vengono organizzate delle vere e proprie gare di solidarietà, volte a fornire vestiti, mobili, alimenti e giocattoli. Tale aiuto ha un'importanza sicuramente pratica, ma anche psicologica: pur mancando un inserimento sociale e professionale, in questo modo gli esuli possono sentirsi in qualche modo "a casa", come parte della comunità. Molte sono inoltre le raccolte fondi, come Afghan Students Seek Knowledge, organizzata dall'Università di Roma La Sapienza per agevolare l'accesso dei giovani rifugiati allo studio. A tal fine, la Regione Lazio e l'Università di Padova hanno aumentato i fondi destinati alle borse di studio umanitarie. Sicuramente l'istruzione è una buona chiave per l'integrazione, ma si spera che nei mesi a venire saranno attivati altri progetti a ben più vasta scala che permettano a queste persone di poter trovare in Italia non solo un rifugio, ma una nuova casa.