Coronavirus, a distanza da mio padre
Lui lavora in un centro Covid e non lo vedo da due mesi. Ma non è l'unica nostalgia...
A cura di Eva Barca | 15 May 2020

In un periodo complicato e stressante come quello che stiamo vivendo, c’è chi per condizioni economiche, familiari o lavorative fa più fatica degli altri e sopporta un peso maggiore. È il caso di Camilla, studentessa al terzo anno del Liceo Scientifico Azzarita di Roma, che racconta la sua esperienza.

“Da sedicenne mi mancano le piccole cose che magari prima erano ordinarie e quotidiane, mi manca stare con le mie amiche, mi manca la libertà di poter andare in giro senza preoccupazioni, mi manca la folla a scuola, le cene il sabato sera, poter andare a trovare i miei nonni senza aver pura di danneggiarli. E mi manca mio papà: attualmente non lo vedo da due mesi perché lavora in un ospedale diventato centro Covid.

“Grazie” a questa situazione ho imparato ad amare, ad apprezzare i piccoli momenti delle vita, ho imparato a non guardare tutto con superficialità, ho imparato che niente è dovuto, che di fronte alle veri catastrofi siamo piccoli e che basta un soffio di vento per far crollare tutte le sicurezze che abbiamo.

Mi piacerebbe tornare a scuola e rivedere tutti ma non so se sia la cosa più giusta, dovremmo aspettare. Nella mia scuola siamo 2000 studenti, ogni classe è di circa 30 alunni; abbiamo una sola uscita disponibile, i bagni sono uno o due a piano. Quella di scuola mista appare una proposta un po’ complicata. Chiedere ai  ragazzi, che in quest’età sono spesso irresponsabili, di mantenere le distanze, non stare vicini o fare ricreazione tutti insieme, è molto rischioso.”