Nella sua carriera, Domenico Quirico ha seguito alcuni dei conflitti più discussi degli ultimi anni, in cui le bombe occidentali venivano presentate come “bombe di pace”: Siria, Libia, Afghanistan, Iraq. Nei suoi libri e articoli ha spesso smontato la retorica occidentale dell’“intervento umanitario”, mostrando la distanza tra narrazione e realtà sul terreno. Lo abbiamo intervistato su guerra e pacifismo.
Come smontare la teoria delle bombe di pace?
Le guerre hanno un numero enorme di ragioni ma tutte sostanzialmente losche e da sempre si sente l’esigenza di giustificarle con un buon motivo. Per questo l’Occidente si dipinge come l’espressione del bene, il miglior modello di società e di cultura, arrogandosi così il diritto di mettere il naso negli affari degli altri e presentare sempre le proprie guerre come quelle del Bene Assoluto contro il Male Assoluto che tenta di soffocare questa meraviglia che sarebbe il modello di vita occidentale. Come si smonta la retorica delle “bombe di pace”? Raccontando come queste guerre vengono combattute. Quelli che si raccontano come espressione del Bene utilizzano gli stessi metodi violenti di chi combatte per il Male. Tutti combattono allo stesso modo e questo dimostra che non ci sono buoni e cattivi. La guerra è un crimine in sé e quelli che la combattono sono tutti uguali.
Nel numero a cui stiamo lavorando parliamo di pacifismo. Lei reputa che il pacifismo sia utopia o qualcosa di raggiungibile?
Qualcosa da costruire più che da raggiungere. Penso che oggi sia molto strumentale e strumentalizzato. Per riuscire a mobilitare le piazze, il pacifismo tende a confluire in qualcos’altro: ad esempio la manifestazione No Kings è una manifestazione contro Trump, contro la Meloni e non solo contro la guerra. Anche le modalità sono abbastanza vecchie: slogan e simboli che non fanno paura a chi fa la guerra. Cosa contano oggi le persone che sfilano con la bandiera arcobaleno? Ci vorrebbe un pacifismo diverso, che denunci nomi e cognomi di chi si arricchisce con la guerra. I pacifismi devono iniziare a ragionare su sé stessi perché i modi che hanno utilizzato fino a oggi non hanno funzionato.
Cosa può fare l'Europa per favorire la pace internazionale? Come legge la posizione dell’Unione a livello geopolitico nella ricerca di una pace stabile?
L’Europa manca della forza a livello geopolitico e militare. Quello che avrebbe potuto fare era sganciarsi da questa logica, in cui non ha voce in capitolo. Invece di seguire pedissequamente gli americani, avrebbe dovuto collocarsi su una posizione da pompiere, utilizzando lo strumento tecnico che - in effetti - ha inventato lei alla fine della Guerra dei Trent’anni: la diplomazia. Questa è l’unica dimensione in cui l’Europa avrebbe potuto fare qualcosa. Ma oggi non le resta neanche questa funzione perché ognuna delle nazioni che la compongono ha le proprie idee ed è totalmente inconsistente. Come fa a fare da mediatrice se non è un’entità? Hanuna dimensione puramente monetaria ma questa dimensione non è sufficiente per contare qualcosa ed essere un punto di riferimento.
E noi giovani cosa possiamo fare?
Mi preoccupa questa socializzazione individualistica che non si trasforma in forza collettiva. In una società così atomizzata è difficile trasformare l’istinto a partecipare, in atto. Poi possono esserci modi nuovi di aggregazione, di assenso e di dissenso ma dovete inventarveli voi. Noi abbiamo fatti solo danni. Fate nascere la rivolta dal basso e state attenti a non credere alla retorica dell’estrema libertànoccidentale. Non è vero che qui è così facile ribellarsi: nei paesi arabi il nemico è visibile, qui è molto più complicato districarsi da vincoli e laccinmessi per tenere a bada la società, il narcotico della “società perfetta” dove ognuno ha i suoi spazi e i suoi diritti. Non credete a questa retorica occidentale.
Quanto è difficile raccontare la guerra? Ritiene che le persone e in particolare i giovani siano sufficientemente informate riguardo allendinamiche dei conflitti attuali?
Penso che i giovani non siano sufficientemente informati sull’incommensurabile tragicità e semplicità della guerra: uccidere ed essere uccisi… le generazioni europee non sanno cosa significa essere trascinati dentro una guerra e veder spazzato via tutto quello che siamo. Facciamo articoli su torti e ragioni e ci dimentichiamo di raccontare la tragicità. In più, troppe volte noi giornalisti non riusciamo a vivere la guerra in prima persona: ci arrivano frammenti dinvoci, lampi, fotografie, filmati che non sappiamo da dove arrivano, chi ce li manda, chi li crea… tutto questo è un problema che dobbiamo affrontare con urgenza. Un tempo nelle guerre ci entravi davvero, se avevi un po’ di fegato. Oggi in molte zone non ci puoi entrare o ci entri con il pass e l'accompagnatore, ma questo non è giornalismo, è propaganda. Al di là della buona fede diventi propagandista perché la bugia è consustanziale alla guerra.
Restando al suo lavoro, una domanda personale: nel 2013 è stato sequestrato in Siria nel 2013. Come l’ha cambiata questa esperienza nel suo modo di raccontare la guerra? Quali fra i conflitti che ha seguito personalmente l'ha segnata maggiormente e perché?
Sicuramente il Ruanda. Da lì è cambiato il mio concetto di responsabilità morale nello scrivere: ho capito che raccontare correttamente la realtà (attenzione, non la “verità”, concetto troppo complesso) può cambiare il destino di migliaia di persone. In Ruanda siamo arrivati in ritardo e questo ha consentito al genocidio di compiersi indisturbato. I sequestri che ho vissuto mi hanno cambiato meno di quella guerra. In fondo, mi hanno consentito di vivere in prima persona e non con il cannocchiale fatti come la nascita dello jihadismo. A livello personale invece è cambiato qualcosa nella mia concezione del tempo, che va conquistato e vissuto, e della libertà, che non è un concetto astratto o magniloquente ma è nelle cose semplici della vita: tacere, parlare, andare in bagno quando si ha bisogno, guardare fuori dalla finestra.
