30 marzo, sera. Itamar Ben-Gir stappa con euforia, tra sorrisi e applausi, per l’approvazione di una macabra legge. Il partito di estrema destra israeliano Otzma Yehudit è riuscito a far varare la pena capitale per i palestinesi colpevoli di atti mortali di terrorismo con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele. A votarla è Netanyau, l’estrema destra e molti rappresentanti dell’opposizione. Il principio alla base è sfacciatamente discriminatorio ed è bene chiarirlo: non per chiunque sia accusato di terrorismo, ebrei esclusi, ma per qualsiasi cittadino palestinese sia deciso reo di tale accusa.
La decisione del Knesset, il parlamento di Israele
La legge impone l’impiccagione del reo entro 90 giorni dalla condanna e può essere disposta anche senza l’unanimità del collegio giudicante. I tribunali avranno il diritto, varare una legge questo significa, di infliggere la pena di morte anche senza la richiesta da parte dei pubblici ministeri, ma con la sola decisione a maggioranza semplice, dunque 50% +1 dei voti espressi. Stessa dinamica per i tribunali militari stanziati nella Cisgiordania occupata.
Gli accordi di cui Israele fa parte
Il Ministero della Giustizia, degli Esteri e delle Forze Armate dello Stato, già in precedenza e poi più chiaramente durante la seduta parlamentare, ha fatto notare che la legge presenta elementi di inconciliabilità con i trattati internazionali di cui Israele fa parte.
ICCPR, Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici: è il trattato fondamentale delle Nazioni Unite, adottato nel 1966, ed entrato in vigore il 23 marzo del 1976, che istituisce norme giuridicamente vincolanti per la protezione di diritti fondamentali, quali diritto alla vita, alla libertà di espressione, a un processo equo, di religione e associazione. L’articolo 6 sancisce che ogni essere umano ha il diritto inalienabile alla vita, diritto tutelato dalla legge. Israele è firmatario del patto.
Abolizione della pena di morte nel diritto penale ordinario: nel 1954 Israele ha abolito la pena di morte per i reati comuni, mantenendola solo per crimini di guerra, alto tradimento e crimini contro l’umanità. La pena capitale è stata applicata l’ultima volta nel 1962: Adolf Eichmann, il gerarca nazista, è stato condannato come criminale di guerra.
PACE: dal 1957 Israele detiene lo stato di osservatore presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio di Europa, l’organizzazione vieta la pena di morte.
La reazione e la controreazione
Il ministro dell’estrema destra Ben Givir, al momento della votazione esulta: “Da oggi, ogni terrorista saprà, e con lui il mondo intero, che lo Stato di Israele toglierà la vita a chiunque tolga una vita”. Di contro, l’Associazione per i diritti civili dichiara di aver presentato ricorso contro la legge presso la Corte Suprema che dovrà riesaminare e potenzialmente annullare il provvedimento. “Un atto di discriminazione istituzionalizzata e di violenza razzista contro un gruppo specifico, quello dei palestinesi” fanno notare le principali organizzazioni per i diritti umani in Israele.
E l’Europa?
Eichmann, il contabile e burocrate dello sterminio, ultimo condannato. Due anni di bombardamenti a Gaza. Oltre 70 mila vittime palestinesi, i continui sorpassi del limite di Tel Aviv non fanno altro che riaccendere l’immobilismo vergognoso dell’Unione Europea e la Corte Internazionale di Giustizia. Già sei mesi fa, la Commissione europea non aveva trovato il coraggio di approvare le sanzioni simboliche, economiche e politiche, allo Stato e ora?
I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Regno Unito e Italia diffondono una dichiarazione congiunta in cui evidenziano “il carattere di fatto discriminatorio della legge” che “rischierebbe di minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici. Qui siamo ben oltre da due anni. Viene inoltre ricordato che l’Europa vede tra i suoi valori fondanti il rifiuto della pena di morte e per Strasburgo “siamo davanti a un anacronismo giuridico incompatibile con gli standard contemporanei in materia di diritti umani. Qualsiasi applicazione della pena di morte che possa essere definita discriminatoria è inaccettabile in uno Stato di diritto”.
Che sia un passo indietro non c’è ombra di dubbio, che lo sia da tempo, meno. A settembre 2025 Bruxelles aveva proposto una revisione dell’Accordo di associazione UE-Israele, ma tutto “è ancora sul tavolo”. Proprio pochi giorni fai SEAE, il servizio europeo di Azione esterna, aveva ammonito Israele di attenersi al suo impegno nei confronti dei principi democratici, riflessi nelle disposizioni dell’accordo UE-Israele. Accordo che all’articolo 2 prevede il rispetto dei diritti umani come prerogativa alle disposizioni del trattato stesso.
Se da un lato la misura più estrema della sospensione parziale o totale dell’Accordo di associazione ancora non è stata presa in carico, la falla si conferma essere nell’immobilismo codardo nel varare anche le proposte di sanzione dei due ministri Ben-Givir e Bezalel Smotrich, nonché di imporre dazi a Israele su merci per 6 miliardi di euro.
È arrivato il momento in cui l’Unione Europea prenda veramente atto del consumo sistematico delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Una posizione chiara, coerente e all’altezza dei valori democratici per i quali è nata.
