Vauro Senesi è vignettista, autore e commentatore tra i più riconoscibili del panorama italiano. Da anni attraversa, con la satira e con la scrittura, i temi della guerra, dei diritti, del potere e dei conflitti contemporanei. Il suo ultimo libro, Io sono colpevole. Gaza: il silenzio ci rende complici, è una riflessione dura e diretta su Gaza, sull’indifferenza e sulla responsabilità di chi assiste senza prendere posizione. Nel giorno in cui arrivano i risultati del referendum sulla giustizia, abbiamo scelto di intervistarlo partendo proprio dall’attualità politica. Dal significato di quel voto e dalla partecipazione, soprattutto dei più giovani, la conversazione si allarga ai temi che attraversano anche il suo ultimo libro: la guerra, il genocidio, il pacifismo, il peso delle parole e la responsabilità di non restare spettatori. Ne viene fuori un dialogo serrato, che tiene insieme politica e coscienza civile e che prova a interrogarsi su cosa significhi oggi essere davvero contro la guerra.
Partiamo dal referendum sulla Giustizia. È stato davvero un passaggio tecnico?
No, non è stato un referendum tecnico. È stato presentato così, ma in realtà si è chiesto ai cittadini di votare su una questione tecnico-giudiziaria rispetto alla quale, giustamente, la maggior parte delle persone non ha competenze specifiche e spesso nemmeno interesse ad approfondire. Proprio per questo era evidente che fosse un referendum politico. Il punto era affermare che la Costituzione può essere messa in discussione a maggioranza governativa. In un periodo come questo, segnato dalla guerra e da una violenza sempre più legittimata, è un rischio enorme.
Colpisce il dato della partecipazione dei giovani. Come lo leggi?
È un dato importante perché smentisce un sacco di cliché idioti. Quelli secondo cui i giovani sarebbero disinteressati, sempre al telefonino, lontani da tutto. Non è così. I giovani si muovono quando le cose sono chiare. Quando capiscono che c’è qualcosa da difendere. È lo stesso popolo che è sceso in piazza per la Palestina, spesso anche prima di avere l’età per votare, e che per questo è stato manganellato e criminalizzato. E lo stesso vale per la difesa della Costituzione. Quando invece trovano ambiguità, compromessi, tatticismi, si allontanano.
A proposito di Palestina, nel tuo lavoro su Gaza dici che il silenzio ci rende complici. Quando il silenzio diventa responsabilità?
Credo che il silenzio diventi responsabilità quando ci troviamo davanti all’orrore della guerra. Per anni ho pensato che fosse la forma più estrema della violenza contemporanea, ed era già abbastanza per farne una ragione di indignazione e di impegno civile, sociale e politico. Poi ho dovuto ricredermi, perché da quell’orrore è nato qualcosa di ancora più grave: il genocidio. Quello che sta accadendo in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, e che rischia di estendersi altrove, non è più soltanto guerra. È una violenza organizzata e pianificata che non punta solo a ridefinire assetti geopolitici o territoriali, ma arriva a comprendere l’eliminazione di interi popoli. È questa, per me, la differenza decisiva. La guerra è già un orrore storico. Ma il genocidio aggiunge un elemento ulteriore, una volontà politica che lo prepara, lo dirige, lo rende possibile. Per questo è ancora più feroce e disumano, non ha come obiettivo il riequilibrio dei poteri, ma lo sterminio. Di fronte a tutto questo, il silenzio non può più essere scambiato per prudenza. Anche se non siamo sotto le bombe, non siamo esterni. Da osservatori, rischiamo di diventare complici. È qui che il silenzio diventa responsabilità, quando, davanti a un genocidio, continuiamo a guardare senza prendere posizione.
Cosa significa oggi essere pacifisti?
Per me oggi essere pacifisti non significa limitarsi a una dichiarazione di principio. Ho lavorato a lungo con Gino Strada, a cui mi legava anche una profonda amicizia, e c’è una sua frase che per me resta decisiva: “Io non sono pacifista, io sono contro la guerra”. Sembra una contraddizione, ma non lo è. Il pacifismo può restare sul piano morale; essere contro la guerra, invece, significa trasformare quella condanna in un fatto politico, sociale e culturale. Significa farne impegno concreto, priorità reale, azione. È in questo senso che richiamo l’articolo 11 della Costituzione, quando afferma che l’Italia ripudia la guerra. È una parola forte, che non ha solo un valore morale ma anche pienamente politico e costitutivo. Indica un’idea di democrazia e di comunità politica fondata proprio su quel rifiuto. Per questo, oggi, essere davvero contro la guerra significa impegnarsi perché quel ripudio diventi una priorità assoluta dell’agenda politica e del nostro agire. Significa tradurre un principio etico in mobilitazione, pressione sociale, organizzazione culturale e politica. Perché una politica separata dall’etica, per come la vedo io, smette di essere davvero politica.
Di fronte a nuove generazioni che vivono già sulla propria pelle disillusione e negazione del presente, quale responsabilità hanno gli adulti nello stargli accanto senza trasmetter ulteriore sfiducia?
Penso che i giovani un percorso lo stiano già facendo, perché vivono direttamente gli effetti di questo sistema e della crisi del presente. Per questo il problema non è portarli verso lezioni astratte, ma capire quale responsabilità abbiamo noi adulti. Noi, che abbiamo conosciuto anche sconfitte e delusioni, non possiamo trasmettere loro soltanto amarezza. La disillusione, per me, è un passaggio molto pericoloso perché porta al disinteresse, e il disinteresse al cinismo. Se diciamo che non ne valeva la pena e che è stato tutto inutile, ai giovani consegniamo solo questo. Io mi rifiuto di farlo. È vero che molte battaglie le abbiamo perse, ma non abbiamo perso tutto, le ragioni che ci hanno spinto a combatterle restano valide, e oggi sono forse ancora più urgenti. Per questo la memoria è fondamentale, ma non come nostalgia privata. Deve essere qualcosa che si mette in gioco nel presente, che si condivide e si trasmette. Solo così diventa uno strumento vivo, capace di parlare davvero alle nuove generazioni. E in tutto questo la passione è decisiva perché non annebbi la ragione ma al contrario, la muove. È ciò che alimenta la capacità critica, la volontà di capire, scegliere e agire. Senza passione resta solo la rinuncia. Con la passione, invece, si continua a credere che impegnarsi abbia ancora senso.
La scuola può essere ancora il luogo in cui si costruisce tutto questo?
Penso che la scuola dovrebbe essere il luogo centrale di tutto questo. E non parlo solo di educazione o didattica, per me la scuola è prima di tutto un luogo di comunicazione, perché è un luogo reale di incontro tra ragazzi, classi e generazioni diverse. Ed è proprio questa sua natura concreta, fisica, condivisa, a darle un valore insostituibile. Quando idee e conflitti trovano lì uno spazio vero di espressione, quell’incontro può diventare anche mobilitazione. Proprio per questo la scuola è stata attaccata. Si è cercato di indebolirla anche come luogo materiale. C’è stato un accanimento politico ed economico contro la scuola pubblica, mentre altrove si investiva. Eppure la scuola resta un caposaldo. Ho molta stima di tante insegnanti e tanti insegnanti che continuano a viverla come un luogo in cui si comunica, non solo si insegna. Lo fanno con passione, nonostante salari inadeguati, umiliazione sociale e continua delegittimazione. La scuola non può essere trattata come un luogo di consumo, perché la capacità critica non è una merce. Per questo continuo a pensare che sia uno dei pochi spazi in cui si possono ancora costruire pensiero critico, relazione, confronto e quindi anche coscienza politica e civile.
Da molti anni racconti guerre, ingiustizie e potere attraverso la satira. Una vignetta può ancora aiutare a smontare la propaganda e a far vedere ciò che il linguaggio politico tende a nascondere?
Sì, può aiutare. Non penso che si facciano rivoluzioni con le vignette, ma possono essere molto utili, soprattutto perché stimolano il senso critico. La loro forza sta nell’essere uno strumento di comunicazione diretto e immediato, che arriva prima alla pancia e poi alla testa, non è un limite, è la natura del loro linguaggio. La vignetta ha un tempo di lettura rapidissimo, è un disegno con poche parole, a volte nessuna, e nel momento in cui la guardi l’hai già letta. A differenza di un editoriale, di un reportage o di un testo lungo, che puoi interrompere o non finire, la vignetta ti arriva comunque e ti colpisce subito. Proprio per questo suscita sempre una reazione, può essere, consenso, contrasto, indignazione, rabbia, fastidio. Ma una reazione la produce comunque, e questo è importante perché rompe l’indifferenza e mette in moto qualcosa. La vignetta non sostituisce l’analisi o il ragionamento lungo, ma può esserne un innesco potente e sollecitare una presa di posizione.
Che differenza c’è tra satira e informazione oggi?
La satira, quando è davvero satira, non lascia spazio all’ambiguità. Ha bisogno di sintesi, immediatezza e di una posizione chiara. Proprio perché si affida a pochi segni e poche parole, e a volte a nessuna, non può vivere di allusioni ma deve arrivare diretta. Oggi invece molta informazione è segnata proprio dall’ambiguità. Non solo dalla propaganda più grossolana, che almeno si riconosce, ma da una manipolazione più sottile, quella che non dice mai fino in fondo, che sfuma, sospende, evita di assumere davvero una posizione. Per me questa ambiguità è persino peggiore della propaganda becera, perché è più insinuante, più difficile da smascherare e quindi più pericolosa. La satira, invece, per sua natura taglia, non può stare nel mezzo. E anche quando provoca fastidio o rifiuto, ha comunque il merito di rompere questa opacità e di costringere chi guarda a reagire.
Nel tuo lavoro hai sempre intrecciato disegno, denuncia e impegno civile. In tempi di guerra, quanto conta scegliere con attenzione parole, immagini e linguaggi con cui si racconta la realtà?
Conta moltissimo, perché il modo in cui si nominano le cose non è mai neutro. Le parole possono chiarire, ma anche coprire, attenuare e rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo. Quando guerra e genocidio vengono trattati come semplici oggetti di opinione, il rischio è proprio che finiscano per essere legittimati. Per me guerra e genocidio non hanno lo statuto dell’opinione. Non sono punti di vista equivalenti, né temi su cui ci si possa limitare a dire “la penso così” o “la penso diversamente”. Sono crimini. E nel momento in cui vengono raccontati come qualcosa di opinabile, li si normalizza. Per questo il linguaggio conta tanto, perché può trasformare un crimine in qualcosa di discutibile, relativizzabile, quasi accettabile. E allora chi giustifica la guerra e il genocidio, o li presenta come semplici opinioni, per me non è neutrale ma complice. C’è quindi una responsabilità precisa nella scelta delle parole, delle immagini e dei linguaggi con cui si racconta ciò che accade. Perché l’ambiguità, anche quando si presenta come prudenza, può diventare una forma di manipolazione e di complicità.
“Socialmente bello” racconta esperienze e realtà in cui persone giovani e meno giovani trasformano valori come la solidarietà, la giustizia e la pace in impegno concreto. Da dove si comincia, oggi, per non restare spettatori e spettatrici?
Si comincia dall’incontrarsi. Può sembrare una risposta semplice, ma non lo è. Incontrarsi davvero, in luoghi fisici, guardarsi negli occhi, annusarsi, parlarsi, discutere, anche scontrarsi, ma sulle idee, non in modo violento. Perché anche lo scontro di idee è fondamentale, è lì che si costruisce il pensiero critico. Bisogna recuperare la percezione di essere persone che condividono uno spazio reale, non solo profili su uno schermo. È da questo che nasce la consapevolezza di esistere come collettività, non solo come individui isolati. Questo vale per la scuola, ma anche per qualsiasi altro luogo vissuto e condiviso: un’aula, un cortile, un centro sociale, una piazza. Questo non significa demonizzare la rete o il telefono, che sono strumenti utili. Il problema nasce quando pretendono di sostituire l’incontro reale. Se non si vuole restare spettatori, bisogna uscire dalla passività e costruire relazioni, confronto, presenza. È lì che si forma una coscienza ed è da lì che nasce la possibilità di agire, cioè di costruire concretamente il presente e il futuro.
Nota dell’intervistatrice
Se sei arrivato o arrivata fin qui, forse è perché anche tu senti che certe parole non possono scivolare via senza lasciare traccia. Guerra, silenzio, scelta, futuro non sono parole lontane, non riguardano solo qualcun altro. Ti passano accanto, ti attraversano, ti chiedono conto del posto in cui stai. Questa intervista non ti chiede di avere già una risposta, ma di non voltarti dall’altra parte. Di restare dentro le domande, anche quando fanno male. Di difendere la possibilità di sentire, di capire, di prendere posizione. Perché crescere, oggi, forse significa anche questo: non lasciare che siano sempre gli altri a nominare il mondo al posto tuo. E provare, insieme, a immaginare un presente che non sia fatto solo di paura, ma anche di coraggio, di incontro e di responsabilità.
