A tu per tu con Milena Gabanelli, maestra del giornalismo di approfondimento
“Il futuro è vostro, ricordatevelo. Avete una grande responsabilità. Noi vi stiamo lasciando un mondo pessimo, sta a voi migliorarlo”
Flavio Di Lello e Christian Potenza | 10 marzo 2026

Milena Gabanelli non indulge in retorica. Il suo è un richiamo netto alla responsabilità delle nuove generazioni, soprattutto in un tempo in cui l’informazione attraversa una crisi profonda: economica, tecnologica e culturale. Maestra del giornalismo d’inchiesta, ha avuto un ruolo decisivo nel definire l’autorevolezza di figure femminili in questo settore della comunicazione nel nostro Paese.

Questo numero è dedicato al tema "donne, media e comunicazione". Lei rappresenta un modello in un'industria dominata dagli uomini. Cosa suggerisce alle giovani aspiranti giornaliste?

Non direi che è un ambiente dominato dagli uomini. Ci sono tante giornaliste donne ma sono poche quelle in posizione di vertice, come nella maggior parte dei settori. Penso che sia una questione culturale: per accedere alle posizioni di vertice non conta solo la meritocrazia ma bisogna fare anche tanto “corridoio” (mondanità, raccomandazioni, straordinari) e per gli uomini è più facile sacrificare la famiglia perché si appoggiano alle donne. Anche con le quote rosa il reclutamento sceglie sempre la stessa strada: la carriera non si costruisce senza una rete di relazioni.

Come sono cambiate le cose per le giornaliste da quando ha cominciato a fare questo lavoro? E su come vengono comunicate le donne ha notato dei cambiamenti?

Sostanzialmente no. Sono cambiati gli strumenti di lavoro e le modalità della comunicazione in generale: con il moltiplicarsi della tecnologia, da certi punti di vista è diventato un lavoro più semplice, ma più complicato e screditato per via del proliferare delle fake news. C’è anche una questione di tipo economico: i giornali di carta non vendono più, mentre esplodono siti e social che offrono informazione gratuita. Gli editori non incassano, i giornalisti guadagnano sempre meno e ne fa le spese la qualità dell’informazione. Dipendere solo dalla pubblicità significa sottoporsi a una censura fortissima perché bisogna fare attenzione a chi si pesta i piedi. Quando non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu.

Ci racconta cosa ha significato per lei e per il giornalismo fare Report?

Report è nata da un gruppo di videogiornalisti freelance con una grande passione per questo mestiere ma difficoltà di accesso al canale televisivo. Dopo tre anni di sperimentazione abbiamo costruito un programma di inchiesta a basso costo, che durava 20 minuti e andava in onda in terza serata. Piano piano si è ampliato ed è cresciuto ma all’inizio abbiamo rischiato di tasca nostra perché non avevamo tutela legale. Ma ci siamo assunti questa responsabilità e ora è il programma di inchiesta per eccellenza.

Lei ha fatto anche l'inviata in giro per il mondo. Come è stato andare a fare la reporter nei conflitti della Somalia e della Jugoslavia?

Vedere gli effetti della guerra e la trasformazione umana di popoli che vivevano in armonia e tutto d’un tratto hanno iniziato a uccidersi tra loro, è un’esperienza che segna e ci fa capire quanto siano necessari il dialogo e il compromesso nella vita. Se tutti volessero avere ragione, saremmo in una guerra permanente. Quando torni da quelle esperienze non sei più come prima.

Quale pensa sia il ruolo dei media nell'educazione dei giovani e quale dovrebbe essere?

Lo chiedo a voi. Dove vi informate? Io scrivo per il Corriere della Sera e prima lavoravo per la Rai. Ma i giovani non leggono i giornali, non guardano la tv né tantomeno i programmi di approfondimento. I social hanno bisogno di sintesi, polarizzazione e semplificazione estrema. I lavori che richiedono tempo e attenzione non sono premiati dall’algoritmo e sui social proliferano fake news senza controllo. Bisogna imparare a individuare sui social persone identificate che rispondono di quello che scrivono. 

Sui social (ma anche sui media tradizionali in minor misura) sono sempre più frequenti le affermazioni non accompagnate da fonti o anche sbugiardate da una semplice ricerca Google che passano per vere. Ritiene sia intenzionale o semplice pigrizia?

C’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. La semplice ricerca su Google non sputa fuori la verità. L’overview di intelligenza artificiale ha fagocitato anche le ricerche su Google. Con la crescita delle IA, è sempre più facile distorcere notizie o addirittura crearne di false.

Come ritiene si possa ovviare a questo problema?

Se trovate una notizia incredibile, bisogna fare una ricerca per vedere se è stata ripresa da agenzie autorevoli. Se non è ripresa da nessuno, si tratta di un falso. Bisogna guardare sempre la firma e la testata, anche se alle volte anchei media tradizionali prendono degli svarioni. E questo perché è difficile che la velocità vada d’accordo con la puntualità, dal momento che la verifica richiede tempo. L’intelligenza artificiale va a strascico e deve sempre avere il gradimento, quindi ti monta la risposta anche quando non ce le ha. Bisogna dedicare meno tempo a questi strumenti e approfondire di più. Perché in base alle informazioni che abbiamo, facciamo delle scelte. Se abbiamo scelte sbagliate, prenderemo scelte sbagliate.