Israele e Palestina, cosa c’è dietro agli scontri
L'escalation in Medio Oriente non sembra destinata a fermarsi, e porta con sé l’eredità di numerosi problemi storici
Stefano Stoppa | 13 May 2021

A sette anni dall’ultima guerra, che risale al 2014, si sono riaccese le tensioni tra palestinesi e israeliani, sfociate negli ultimi giorni in un vero e proprio scontro. Il bilancio ad oggi è di oltre sessanta morti palestinesi e sette israeliani, oltre a numerosi feriti. Il conflitto, che non sembra destinato a scomparire nei prossimi giorni, è l’esito di almeno un mese di tensione crescente, e di decenni di problemi irrisolti.

I primi scontri

La vicenda, secondo la ricostruzione del quotidiano israeliano Haaretz, ha origine all’inizio del Ramadan, il 12 aprile, quando le autorità israeliane decidono di chiudere ai palestinesi l’accesso all’area della porta di Damasco, dove si trova la storica moschea Al Aqsa, motivando la decisione con ragioni di sicurezza. Un video circolato su TikTok in cui due giovani palestinesi schiaffeggiano un ebreo ortodosso sulla metropolitana di Gerusalemme contribuisce ad accrescere le tensioni, che esplodono nei giorni successivi.

Il 22 aprile circa trecento militanti di Lehava, un gruppo ebraico di estrema destra, marciano per le vie della città al grido di “morte agli arabi”, andando in cerca di palestinesi. Lo scontro provoca oltre 110 feriti, e circa 50 arresti.

Il 27 aprile è pubblicato A threshold crossed, rapporto dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch in cui si sostiene che Israele sia colpevole di crimini di apartheid, in termini peraltro simili a quanto sostenuto da B’Tselem, organizzazione israeliana, in un report pubblicato a gennaio e intitolato proprio This is apartheid. La discriminazione si deve anche, secondo il rapporto di Hrw, alla legge, approvata dalla Knesset (il parlamento israeliano) nel 2018, che definisce Israele lo stato-nazione del popolo ebraico e Gerusalemme la sua capitale unita, senza fare riferimenti ai palestinesi.

Il problema degli sfratti

Le tensioni intanto iniziano a crescere. Nuove proteste nascono a Sheikh Jarrah, storico quartiere nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme, che sin dal Medioevo fu meta di pellegrinaggio presso la tomba di Simeone il Giusto, importante rabbino del IV-III sec. a.C., e per questo ospitò nei secoli accanto alla maggioranza araba anche una piccola comunità ebraica. Nel 1876 alcuni capi di questa comprarono il terreno attorno alla tomba, e vi costruirono alloggi per alcune povere famiglie ebraiche. Evacuato nel 1948 durante la guerra, il quartiere passò, secondo le direttive dell’ONU, sotto il controllo della Giordania, che nel 1956 costruì nuove case e vi trasferì alcuni profughi palestinesi, con un accordo che prevedeva che dopo alcuni decenni divenissero proprietari dei terreni. Israele, tornato in controllo del  quartiere durante la Guerra dei Sei Giorni, emanò nel 1970 una legge per garantire ai profughi ebrei evacuati nel 1948 il ritorno sui propri terreni, anche oltre i confini riconosciuti ufficialmente dall’ONU. I palestinesi che vivevano nella zona furono considerati residenti permanenti, ma non fu data loro immediatamente la cittadinanza israeliana, e molti ancora oggi boicottano le elezioni locali, e hanno poca voce nel governo della città.

I discendenti dei palestinesi trasferitisi nel 1956 da allora cercano di resistere agli sfratti. La questione oggi riguarda in particolare quattro famiglie. Nahalat Shimon, l’organizzazione religiosa di coloni israeliani divenuta proprietaria formale dei terreni, sostiene che questi appartengano ai proprietari che li acquistarono legalmente nel 1876. La comunità palestinese, che nella prima settimana di maggio ha condotto diverse manifestazioni sfilando per le strade per denunciare la vicenda, si richiama invece alle decisioni internazionali dell’Onu, che ponevano l’area fuori dal controllo israeliano, considerato perciò una occupazione illegale. La decisione è stata affidata alla Corte suprema israeliana, e anche questo è oggetto di critiche da parte della comunità araba.

Gli scontri negli ultimi giorni si sono estesi anche ad altre località, che vivono problemi simili. Intervistato dal Manifesto, Nadim Nashef, palestinese e direttore di Aamleh, The Arab Center for Social Media Advancement, parlando della città di Lod, racconta della marginalizzazione della comunità araba locale. Cita in particolare l’avversione nei confronti dell’Amidar, agenzia che controlla numerosi alloggi, assegnati negli anni alle fasce più povere della popolazione (e dunque a una parte importante della comunità araba), e che ha ultimamente aumentato gli affitti costringendo molte persone ad andarsene. Le case sono poi state acquistate da gruppi immobiliari e rivendute a gruppi di ultradestra, che le hanno assegnate a famiglie ebraiche interessate a ridurre la presenza araba.

Le ultime evoluzioni

La vicenda nel frattempo ha infatti assunto tratti di guerra. Venerdì 7 maggio nella moschea di Al Aqsa, dove circa 70 mila fedeli musulmani erano riuniti per l’ultimo venerdì di Ramadan, un gruppo di questa inizia a lanciare pietre e altri oggetti contro la polizia israeliana, che risponde con granate stordenti. Lo scontro si accende, e prosegue anche nel giorno successivo, interessando località diverse.

Il 10 maggio Hamas, l’autorità che controlla la striscia di Gaza, insieme al gruppo palestinese Jihad Islamica, inizia a lanciare missili contro le principali città israeliane. La risposta aerea da parte di Israele colpisce l’11 maggio un palazzo residenziale di 13 piani, che conteneva una sede di Hamas, e che viene abbattuto. Le tensioni proseguono, e al momento non sembrano destinate a fermarsi.

Le reazioni

Le reazioni internazionali  sono state di generale condanna verso gli scontri. Il segretario generale dell’ONU Gutierrez si dice preoccupato dall’escalation dello scontro, e dalla prospettiva di una guerra vera e propria. Fra i paesi europei, la Germania si è schierata apertamente a favore di Israele, condannando Hamas e sostenendo il diritto del paese di difendersi. L’amministrazione americana, riconosciuto il diritto di Israele a difendersi, condanna gli scontri, che archiviano almeno temporaneamente gli accordi di Abramo, promossi dall’amministrazione Trump, che sembravano una tappa verso la distensione tra il mondo arabo e Israele.

Intervistato dal Corriere, l’ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar condanna duramente Hamas, organizzazione terroristica finanziata dall’Iran per destabilizzare la regione, e colpevole di lanciare missili contro asili, ospedali e case, mentre l’esercito israeliano, afferma, prende di mira obiettivi militari. Il maggior numero di vittime dal lato palestinese si deve, dice, alla migliore tecnologia usata da Israele per bloccare i missili, mentre a Gaza si usano i cittadini come scudi umani, e al fatto che alcuni razzi lanciati da Hamas sono ricaduti in territorio palestinese, uccidendo dunque gli stessi cittadini palestinesi. E quanto all’invio di truppe di terra, afferma, “tutte le opzioni sono sul tavolo”.

 

Foto: Sheikh Jarrah | David Shankbone on Wikimedia Commons