Ripensare il rapporto tra tecnologia, ambiente e società: intervista a Giorgio Ferrari Ruffino
A tu per tu con Giorgio Ferrari Ruffino
Mariangela De Blasi | 9 ottobre 2026

Ex tecnico nucleare, obiettore di coscienza dopo Chernobyl, per anni impegnato in progetti energetici nei paesi del sud del mondo, Giorgio Ferrari Ruffino ha da poco pubblicato “Il quinto elemento. Viaggio ai confini dell'ecologia politica”, un libro che mette in discussione l'idea di una transizione energetica ridotta alla semplice sostituzione delle fonti. Lo abbiamo intervistato per la rubrica Socialmente Bello.

Il suo libro parte da un'esperienza molto concreta e personale, gli eventi catastrofici del 4 novembre 1966. Perché ha scelto proprio quel momento come punto di partenza per questo viaggio nell'ecologia politica?

Quel giorno mi trovavo a bordo di una nave oceanografica del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Incontrammo, nel basso Tirreno, al largo delle isole Eolie, una tempesta come non se ne erano mai viste. Scampati quasi per miracolo, una volta a terra apprendemmo che la stessa violenza degli agenti naturali aveva colpito Firenze, dove ci fu l'alluvione, con situazioni davvero catastrofiche. All'epoca l'episodio fu analizzato a parte, guardando soprattutto agli effetti sulle popolazioni e sui territori, mentre dal punto di vista scientifico venne classificato come un'anomalia, senza una spiegazione più ampia di un evento così insolito e violento. Solo negli anni successivi, quando si è affermato il problema dei cambiamenti climatici, mi sono chiesto se ci fosse una relazione, se quell'evento del 4 novembre 1966 potesse essere stato in qualche modo un evento premonitore. Succede spesso, quando le discipline scientifiche non riescono a spiegare un fenomeno lo chiamano anomalia, ma resta comunque una spiegazione incompleta. Per me è il punto di partenza di questo interesse.

Lei ha lavorato a lungo nel settore nucleare e dopo Chernobyl ha scelto l'obiezione di coscienza. Quanto ha pesato quella decisione nel suo modo di guardare al rapporto tra scienza, tecnologia e responsabilità?

È stata una decisione sofferta, e ha pesato molto. Non mettevo a rischio soltanto la mia attività professionale con l'Enel, ma anche la responsabilità del lavoro che svolgevo, cioè il controllo del combustibile nucleare di tutte le centrali dell'azienda. Rinunciando a quel ruolo mi sottraevo, da un lato, a una responsabilità comunque importante, ma lo facevo per dare il mio contributo e denunciare, per quanto potevo, le criticità e i rischi della tecnologia nucleare. Chernobyl ha cambiato il modo di guardare al nucleare per molti di noi, me compreso, anche se io mi ero già reso conto, lavorando dentro il settore, delle controindicazioni e delle incompletezze di questa tecnologia. Mi ero già fatto un'idea critica. L'incidente ha reso evidente che i costi, in termini di sicurezza e di vite umane, erano semplicemente troppo alti.

E oggi lo riterrebbe sicuro, il nucleare?

La tecnologia, come sempre, migliora e attenua certe carenze. I reattori moderni introducono qualche salvaguardia in più, ma la tecnologia di base resta la stessa. Si parla molto dei nuovi reattori modulari, che poi tanto piccoli non sono, quelli commerciabili che si possono già costruire oggi hanno la stessa identica tecnologia di Three Mile Island e di Fukushima, reattori ad acqua in pressione o bollente, con miglioramenti che non giustificano tutta questa novità. Gli altri modelli, quelli raffreddati al piombo, i reattori veloci, i reattori a gas, sono ancora in fase concettuale, in fase di progettazione, e nella migliore delle ipotesi si stanno costruendo i primi prototipi. C'è molta propaganda intorno a questi temi.

I neo nuclearisti insistono sulla sicurezza e sulla necessità del nucleare, ripetendo che le rinnovabili non bastano, ma non siamo affatto a livelli di sicurezza tali da poter garantire questa scelta. E la sicurezza non è nemmeno l'aspetto principale. Il problema più grave, per nulla risolto e anzi aggravato dai nuovi reattori, è quello dei costi. Costano di più per chilowatt installato, e i rifiuti che producono possono essere superiori a quelli dei reattori oggi in funzione, e più pericolosi dal punto di vista radioattivo, perché questi piccoli reattori usano un combustibile più arricchito, che comporta un maggiore irraggiamento dei materiali. A fine vita, quei materiali possono risultare ancora più radioattivi. Non mi piace mai esagerare né demonizzare l'energia nucleare, cerco di essere il più razionale possibile, ma se non più pericolosi di quelli attuali, sono di certo più complicati da gestire.

Nel suo libro torna spesso il tema dei limiti della conoscenza umana. Quanto dovremmo essere più prudenti quando prendiamo decisioni tecnologiche e ambientali di cui non siamo in grado di prevedere fino in fondo le conseguenze?

È un tema che purtroppo è quasi scomparso dall'attenzione, non solo mediatica ma anche degli addetti ai lavori, tecnici da un lato e scienziati dall'altro. Nella seconda metà del Novecento si era affermato un principio di precauzione, cioè un atteggiamento di particolare cautela verso le nuove tecnologie e le nuove scoperte scientifiche che trovavano applicazione industriale. Quel principio è stato progressivamente abbandonato, mentre andrebbe ripreso. È stato abbandonato perché da un lato c'è stata un'accelerazione delle scoperte, e una spinta, in certi casi quasi spasmodica, a metterle subito a profitto, a commercializzarle, a farne attività, perché tutto oggi è finalizzato allo sviluppo. Basta pensare alle startup, celebrate da tutti. Ma cosa sono, in fondo, se non la sollecitazione, spesso senza troppa valutazione delle conseguenze, a mettere a frutto un'innovazione scientifica o una ricerca. L'intelligenza artificiale, in questo momento, è l'esempio più eclatante di questo atteggiamento.

E chi dovrebbe occuparsi di valutare queste conseguenze?

La cosa sconcertante è che i tecnici e gli scienziati dicono che non tocca a loro fare queste valutazioni, e dall'altra parte non è chiaro chi dovrebbe farle, la politica, la società, quale parte della società. Manca proprio questo. I ragionamenti e le responsabilità si sono compartimentalizzati, ognuno resta chiuso nel proprio ambito, e questa è una perdita complessiva di responsabilità per la società intera. È un dibattito che andrebbe ripreso. È difficile dire con precisione a chi tocchi, ma di certo gli scienziati, lo dico anche da tecnico che ha lavorato a lungo a contatto con la scienza, non possono chiamarsi fuori da queste discussioni. Dovrebbero tornare a discuterne insieme scienziati, politica, corpi intermedi, le organizzazioni che si occupano di ambiente e di salute delle persone, tutti quelli che in qualche modo hanno a che fare con questi temi. Quello che manca oggi è proprio questo, un dibattito pubblico elevato. Ogni tanto arriva qualcuno a dirci che tra tre anni l'intelligenza artificiale metterà a rischio questo o quello, allarmi di cui non so quanto siano fondati, ma non si può vivere di allarmismi da un lato e di rassicurazioni dall'altro. Il risultato è che la persona comune resta assolutamente disorientata. Forse, se devo essere sincero, c'è anche la volontà di tenere le persone un po' nell'ignoranza delle materie, per governare più facilmente questi processi. Non lo so con certezza, ma è un aspetto da tenere in considerazione.

Uno dei punti centrali del libro è la critica a una transizione ecologica ridotta alla semplice sostituzione delle fonti energetiche. Perché, secondo lei, cambiare energia non basta se non cambiano anche il modo in cui produciamo e consumiamo?

È un aspetto che ho maturato in tanti anni, prima operando nel settore nucleare, poi occupandomi di progetti energetici in varie parti del mondo, soprattutto nel cosiddetto terzo mondo. Ho potuto valutare quanto il discorso dell'energia sia legato a quello della produzione. Il modo di sfruttare l'energia e il modo di produrre sono intimamente collegati, e questo si può ricostruire anche storicamente. Se si ripercorre la storia della produzione, prima manuale e artigianale, poi semi industriale, poi sempre più industriale, si vede che questi salti sono sempre accompagnati da altrettante innovazioni nel campo energetico. Un esempio semplice è la macchina a vapore, che ha modificato profondamente il modo di produrre. Prima esisteva già una produzione in serie, ma era del tutto manuale: la macchina a vapore non solo ha velocizzato questo processo, ma ha permesso l'introduzione di mezzi meccanici, l'inizio dell'automatismo, e da lì in avanti, con altre fonti di energia, il processo si è sempre più intensificato e accelerato.

Oggi abbiamo davanti il “modello tutto elettrico”, necessario per l'automazione, l'informatizzazione, l'intelligenza artificiale. Questo comporta che la stragrande maggioranza degli impieghi dell’energia sia sotto forma di elettricità, perché è l'elettricità che fa funzionare un calcolatore elettronico o un automa, non è pensabile costruire un computer o un robot che funzionano a gas o a benzina. Questo modello tutto elettrico favorisce, per esempio, la scelta nucleare, perché si dice che serve tanta energia con continuità, quindi servono le centrali nucleari. C'è sempre questo abbinamento. Nel libro lo definisco un rapporto di autopoiesi tra modo di produzione e modo di sfruttamento dell'energia, si autoalimentano a vicenda. Non tenerne conto è, secondo me, un grosso limite, perché incidere sui consumi significa incidere sulla produzione, e ogni merce ha un contenuto energetico preciso. Bisognerebbe cominciare a chiedersi se un prodotto serve davvero, se se ne può fare a meno, se serve davvero produrne così tanti modelli diversi. Oggi, per esempio,abbiamo duecento, trecento modelli di automobili, ma ci servono davvero tutti, o potremmo ridurne il numero. Se non si comincia a ragionare su questo, la transizione energetica si risolverà semplicemente in una sostituzione di fonti, senza risolvere gli altri problemi, perché la massa complessiva delle merci prodotte resterà la stessa.

Questo assomiglia quasi a un ribaltamento del modello capitalista, un sistema che lavora anche sui nostri desideri, e che finisce per definire i nostri bisogni?

Andiamo al cuore del problema, perché qui viene fuori con tutta evidenza questo aspetto. Il modo di produzione capitalista è quello che sfrutta di più l'energia, ma non nel senso buono, la sfrutta finalizzandola alla massima produzione e quindi al massimo profitto, senza tenere conto dei principi scientifici -come l’entropia - che dovrebbero sovraintendere alla conservazione dell’energia, perché a comandare è il profitto. Ed è il profitto, in un certo senso, a definire anche i nostri bisogni e i nostri desideri. Nel libro dedico un paio di capitoli proprio a questo, un ragionamento critico sulla transizione energetica per come viene oggi applicata e sviluppata, con la proposta di un approccio diverso, che parta da queste considerazioni.

Il suo ragionamento sull'ecologia politica invita a guardare non solo all'ambiente, ma anche alle conseguenze sociali della crisi ecologica. Oggi eventi estremi, siccità e perdita di risorse possono contribuire a spostamenti forzati di popolazione. Come legge il tema delle migrazioni climatiche dentro questo quadro?

Ritengo che le migrazioni siano un fattore endemico di questa società, in particolare della società industriale moderna, e ancora di più di quella capitalista che genera continuamente disuguaglianze. Lo si vede bene in questa fase, in cui i cambiamenti climatici hanno un impatto notevole su tutti gli aspetti della vita sociale. Le migrazioni climatiche non fanno che confermarlo, perché quando la competizione di mercato mette al centro le risorse primarie della terra, non solo i combustibili fossili, ma oggi anche le terre rare, che qualcuno ha definito la linfa vitale del ventunesimo secolo, senza le quali non si potrebbe realizzare la quarta rivoluzione industriale né la transizione energetica, dato che servono per costruire pale eoliche, pannelli e tante altre cose, questa competizione dicevo, quando arriva a certi livelli, si trasforma in conflitti armati. Quello che vediamo in Medio Oriente è un esempio, ma si dimenticano spesso le guerre in Congo, in Africa, legate a certe materie prime.

Penso al coltan, che serve anche per i nostri telefonini, ed è qualcosa intriso di sangue nel senso più letterale. Lo stesso si può dire dell'acqua, ci sono state guerre per l'acqua, e competizioni pesanti sono continuamente in corso. Tutto questo si ripercuote sulle popolazioni, non quelle del nord ricco del mondo, ma quelle del sud povero, che non vedono altra alternativa se non la fuga, la migrazione. Per questo lo considero un fenomeno endemico, che resterà tale finché ci sarà questa disparità. La crisi climatica aumenta le disuguaglianze sociali, perché va a incidere su una situazione già di estremo svantaggio.

Mi vengono in mente il Rapporto Brandt del 1980, chiamato anche rapporto Nord-Sud, che metteva all'ordine del giorno questa disparità e proponeva di tassare il PIL dei paesi ricchi con una quota fissa annuale per finanziare i paesi poveri e cancellarne il debito, proposte del tutto abbandonate. Oggi il discorso sui cambiamenti climatici, transizione energetica compresa, è un ulteriore aggravio di questa situazione, e va ad aumentare le disuguaglianze, anche perché continenti come l'Africa sono visti come territori da riconquistare, dove per esempio si costruiscono impianti per produrre idrogeno, come in Namibia, dove uno di questi impianti è entrato in funzione da poco proprio per esportare l'idrogeno in Europa, e lo stesso vale per i collegamenti elettrici che porteranno in Europa energia rinnovabile dal Nord Africa. È un neocolonialismo, lo chiamo proprio così nel libro, un neocolonialismo verde che purtroppo esiste, e non si può far finta di ignorarlo.

 Nel dibattito pubblico tecnologia e ambiente vengono spesso contrapposti, da una parte chi vede nell'innovazione la soluzione, dall'altra chi ne teme gli effetti. Lei che ha conosciuto il mondo tecnico dall'interno, come pensa si possa superare questa contrapposizione?

Per certi aspetti la ritengo una contrapposizione non del tutto eliminabile. Diffido un po' di chi si presenta e dice che il mondo è un foglio bianco da ridisegnare da capo. Il mondo è anche disegnato da una storia umana che non si può cancellare, che possiamo criticare e su cui dobbiamo riflettere, ma che ha ridisegnato anche l'ambiente circostante. I riferimenti all'ambiente, quando vengono fatti, non ne tengono conto perché si rifanno esclusivamente a un'idea di natura primordiale. Ormai l'ambiente è anche il risultato di secoli di storia umana. Per dirla in breve, il 61 per cento della popolazione mondiale, un dato che gli ambientalisti dimenticano spesso, vive nei centri urbani, e in Europa siamo al 64 per cento. Che ne facciamo di queste città di cui peraltro esaltiamo storia, monumenti, cultura?

È un processo secolare quello che ha disegnato le città, e a meno di raderle al suolo e rifarle daccapo (cosa che per certi versi potrebbe anche risultare opportuna), è un aspetto con cui bisogna fare i conti. La città è il regno dell'entropia massima dove -lo ripeto – vive oltre il 60% della popolazione mondiale dove i consumi sono dispersivi e vanno senz’altro mitigati e corretti, ma è difficile pensare di eliminarli del tutto. Questo mondo va corretto, va senz'altro interrotto questo processo di antropizzazione, ma c'è un limite di cui bisogna tener conto, ed è un limite pratico, non ideologico.

L'intelligenza artificiale è ormai entrata nelle nostre vite, nel lavoro, nella scuola. Quanta consapevolezza c'è, secondo lei, rispetto al suo utilizzo e al suo impatto in termini di produzione, consumi e risorse?

Credo che a livello di massa ci sia una passività quasi totale. Da un lato manca l'informazione, dall'altro, quando la si trova, è difficile da decifrare, e non c'è il tempo di approfondire. La persona comune si trova spaesata in questa situazione, e non sa bene a chi affidarsi, perché la valutazione della fase attuale è sfuggita un po' a tutti.

Schematizzando potremmo dire che c'è un capitalismo, tra virgolette, buono, che investe sul verde, e un capitalismo cattivo, agganciato ai combustibili fossili. Ma su una cosa sono concordi entrambi, che il vero obiettivo della transizione energetica è la quarta rivoluzione industriale, cioè l'intelligenza artificiale, l'automazione, l'informatizzazione. Non si troverà mai un imprenditore o una banca che dica di non essere d'accordo su questo. La transizione energetica è propedeutica a questo obiettivo. E infatti il discorso sui cambiamenti climatici e sui rischi legati alla crisi sta già sfumando nelle parole dei grandi della politica, dell'imprenditoria e della finanza, perché le difficoltà, a partire dai veicoli elettrici e dalla crisi dell'automobile, sono quelle che sono. Ma su una cosa non demordono di certo, la quarta rivoluzione industriale, i processi di informatizzazione, che andranno avanti a tappe forzate, e l'energia servirà soprattutto a questo, più che a cambiare il clima. È l'ottica vincente del capitalismo, quella su cui tutte le parti in gioco si trovano d'accordo. Al massimo la competizione sarà tra due capitalismi, quello cinese e quello occidentale, su chi è più bravo sull'intelligenza artificiale e sull'informatizzazione, ma nessuno dei due rinuncerà a questo obiettivo. Non ci sarà nessun passo indietro, sarà un'escalation anche su questo piano.

Molti ragazzi e ragazze sono molto sensibili al tema della crisi climatica, ma allo stesso tempo possono sentirsi impotenti davanti a problemi così grandi. Che cosa può fare davvero una persona giovane per non limitarsi a una responsabilità individuale, ma diventare parte di un cambiamento collettivo?

Anch'io sono stato un giovanissimo ricercatore, e ho vissuto quel momento di grande curiosità seguito da aspettative deluse. Ne ho tratto un insegnamento. Innanzitutto bisogna documentarsi, indagare sempre, fare domande, soprattutto quelle scomode. Oggi consiglierei ai giovani di rivolgerle non solo, come si dice tradizionalmente, ai politici, cosa che comunque non fa mai male, ma soprattutto agli scienziati, perché sono diventati un po' i nuovi sacerdoti dell'umanità. Lo abbiamo visto durante il Covid, e lo vediamo continuamente, guai a mettere in discussione uno scienziato, si viene subito tacciati di antiscientificità. Viene in mente il processo a Galileo. L'invito ai giovani è proprio questo, interrogarsi e interrogare, porre domande scomode, chiedere conto soprattutto agli scienziati, perché stiamo vivendo una fase in cui la scienza pervade quasi ogni aspetto della vita civile.

Questa rubrica si chiama Socialmente Bello, perché il sociale è il mio mondo, e l'idea è raccontare, soprattutto ai più giovani, quanto sia importante il mondo del sociale per la tenuta della comunità solidale e dei legami tra le persone. Dopo una vita attraversata da ricerca, industria, impegno politico e ambientalismo, che cosa significa per lei, oggi, costruire qualcosa di davvero socialmente bello?

Credo ancora, lo dico apposta, perché i segnali che spingono a disinteressarsi di tutto, verso un cinismo se non un nichilismo esistenziale, ci sono. Io penso invece che bisogna rimettere al centro la persona, non dico l'uomo, perché oggi è un modo di dire un po' superato. Bisogna rimettere al centro la persona, e tutto ciò che la aiuta a sopportare le vicissitudini di questa vita, che la riconcili con se stessa e con gli altri, con il prossimo. È un discorso di pieno umanesimo, ed è questo, credo, ciò che è socialmente bello, aggiungerei anche utile. Fermo restando che oggi bisogna aggiungere una postilla, ovvero non dimenticare mai che, in quanto persone, in quanto società più o meno bene organizzata, siamo debitori della natura. Questo va tenuto presente. Ma l'essere umano, la persona, restano ancora al centro di questo discorso, e credo debbano tornare a esserlo, perché questo è ciò che di bello c'è ancora da fare.

Ho voluto chiudere questa intervista chiedendo a Giorgio Ferrari Ruffino che cosa significhi, oggi, costruire qualcosa di davvero socialmente bello, la domanda che dà il nome a questa rubrica. La sua risposta, il bisogno di rimettere la persona al centro, è esattamente quello che proviamo a fare ogni giorno nel mondo del sociale. Ascoltarlo raccontare la sua storia, dalla nave oceanografica del novembre 1966 fino alle pagine de Il quinto elemento, mi ha confermato quanto i temi dell'ambiente e quelli della giustizia sociale siano, in fondo, la stessa domanda posta in modi diversi. Un grazie sincero a chi ha ancora il coraggio di farsi domande scomode, e di farle fare anche a noi.