Università, in Italia la laurea non serve per trovare lavoro
Il nostro Paese è al terzultimo posto tra quelli europei per numero di laureati che hanno trovato lavoro a tre anni dalla conclusione degli studi, la percentuale raggiunge il 58,7%
Matteo Costa | 6 April 2021

Raggiungere un titolo di studi che consenta di trovare un lavoro di rilievo è l’obiettivo di qualunque studente che sogna la propria indipendenza fuori dalla mura della propria abitazione. Ma è davvero necessario laurearsi?

Le aziende digitali

Diverse aziende importanti, soprattutto dal punto di vista del mondo che si sta espandendo e affermando nell’ultimo decennio, quello digitale, non richiedono tra i requisiti principali l’avvenuta frequentazione dell’università. Il mercato del lavoro sta cambiando, e la rivoluzione parte proprio da quelle aziende che vogliono risultare innovative quali: Google, Apple, Spotify. Quest’ultima arriva ad inserire come requisito il carattere personale di un individuo insieme ad altre conoscenze specifiche relative all’ambito in cui si ha intenzione di lavorare, ma non menziona mai un attestato ufficiale quale la laurea.

L'università di Google

Google arriva anche a introdurre all’interno del proprio piano di azione lavorativa “L’università di Google” che non ha nulla a che fare con l’università ma consente di ricevere dei certificati che all’interno di questa società, importante a livello mondiale, valgono come una vera e propria laurea. Tutto questo non ha lo scopo di sminuire il valore dello studio ma al contrario vuole cercare di uniformare la società anche se, almeno da questo punto di vista, avrà sempre delle disparità.

I dati

Solo pochi dei laureati, in Italia hanno le reali competenze per entrare nel mondo del lavoro con le giuste conoscenze nel campo in cui si sono specializzati. Il resto dei giovani che sta per entrare nel mondo del lavoro, dopo un lungo percorso di studi, non conosce realmente tutto quello che sta dietro alle dinamiche lavorative perchè non ha mai avuto la possibilità concreta di provarle sulla propria pelle. Secondo i dati che ci vengono forniti dall’Eurostat ( pubblicati lo scorso febbraio) il nostro Paese è al terzultimo posto tra quelli europei per numero di laureati che hanno trovato lavoro a tre anni dalla conclusione degli studi, la percentuale raggiunge il 58,7%. Anche se il trend è in costante miglioramento (anche se lieve) dal 2011, quando la percentuale era del 57,7%, la crisi economica seguita a quella sanitaria dovuta al Covid rischia di arrestarlo. La scarsa capacità di assorbimento del mondo del lavoro italiano non è però da attribuire agli ultimi due anni, ma ha radici più profonde.

Ma lo studio ha davvero perso totalmente la sua importanza?

Possiamo dividere in due filoni le persone che provano a far valere questa affermazione: quelli che all’interno di una conversazione si sentono in netta inferiorità rispetto ad un individuo istruito con la quale stanno interloquendo, e quelli che invece, dopo aver studiato moltissimo arrivano alla conclusione che potrebbero definire tutto quel tempo impiegato, come sprecato. Un’altra problematica che interessa l’Italia e le nuove generazioni è il fatto che spesso nonostante la laurea si finisce per intraprendere un percorso lavorativo che poteva benissimo essere intrapreso senza quest’ultima, e allora qui subentra anche un fattore psicologico che coinvolge moltissimi giovani lavoratori: la frustrazione e l’insoddisfazione. Infine, possiamo tristemente affermare che, l’italia, come stato, non è ancora capace totalmente di apprezzare la cultura e i mezzi che essa mette a disposizione e che spesso riduce la laurea ad un insignificante pezzo di carta con poco valore