Scuola, l'attenzione ai più fragili
Molti riescono a stupire con un impegno che prima non era costante, un attaccamento alla scuola scoperto proprio quando l’edificio non è più accessibile per loro e per i loro insegnanti
Pinella Crimì, IIS “Pertini-Falcone” di Roma. Docente e mamma | 14 April 2020

A distanza di un mese dalla sospensione delle attività didattiche forse è possibile fare un primo bilancio. Sarebbe semplice elencare i limiti di un’esperienza che sembra aver modificato profondamente il modo di far scuola. Ma, come tutte le esperienze, per raccontare ciò che è stato, bisogna attendere che finisca per poterla osservare alla giusta distanza, come un puzzle completo di tutti i suoi pezzi, anche quelli che sembrano non avere senso e collocazione.

Intanto, però, possiamo provare a dire cosa è stato per noi questo primo mese di Didattica a Distanza o, sarebbe meglio, Didattica Digitale. Non è una questione terminologica di poco conto. La didattica, per sua natura, non può mai essere a distanza. Infatti, già dopo il primo giorno di sospensione, docenti e studenti hanno trovato strumenti e modi per rimanere connessi e in contatto.

Insegnare in un tempo sospeso comporta il non poter entrare in classe e, per chi ha scelto di essere docente, è una fatica non indifferente. Non vedere le espressioni, i volti anche annoiati, gli sguardi, la tristezza e la gioia di ciascuno di quei ragazzi è ciò che manca davvero. Così come ai ragazzi manca il contatto quotidiano con i compagni e una routine che, nella scansione del tempo, è rassicurante. Gli studenti che, fino al giorno prima, al suono dell’ultima campanella mettevano in archivio l’aula scolastica, insegnanti compresi, già dopo quarantotto ore dal decreto di sospensione cominciavano a chiedersi e a chiedere cosa ne sarebbe stato dell’anno scolastico in corso.

La tecnologia, tanto vituperata in tempi normali, è stata l’ancora di salvezza di una relazione educativa che non può essere interrotta neanche dal Covid19. Gli stessi strumenti che fino a poco prima erano considerati avversari del processo di apprendimento, improvvisamente si sono rivelati in tutta la loro utilità come Media, mezzi di comunicazione, nel senso più autentico del termine. E così, armati di smartphone e PC, è partita una fase nuova del nostro essere scuola.

Da docenti abbiamo subito temuto il più grande pericolo: perdere per strada i più fragili. Li abbiamo cercati uno per uno, per consentire a tutti di esserci e di studiare, consapevoli delle difficoltà di molti ad accedere al web. Se il problema dei dispositivi elettronici è stato risolto grazie alla disponibilità di Dirigenti Scolastici che hanno consegnato in comodato d’uso PC e tablet presenti a scuola e dalle direttive del Ministero dell’Istruzione che ha consentito l’acquisto di nuovi devices, uno scoglio non indifferente, per molti ragazzi e molte famiglie, rimane quello della possibilità di connettersi ad internet per poter partecipare alle attività didattiche. Allora si parte in cerca di soluzioni, perché tutti devono esserci, soprattutto i più deboli. E i nostri ragazzi sanno che la scuola si occupa di ciascuno di loro.

La maggior parte risponde responsabilmente. Molti riescono a stupire con un impegno che prima non era costante, una puntualità che prima non era scontata, un attaccamento alla scuola scoperto proprio quando l’edificio non è più accessibile per loro e per i loro insegnanti. È nato uno spazio nuovo e inedito: l’attività didattica nello spazio della casa, con la necessità di una più forte fiducia educativa tra famiglia e scuola.

Da genitori, infatti, con la possibilità di seguire direttamente l’attività didattica, corriamo il rischio di una ingerenza che non è alleanza, ma pericolo di rompere un equilibrio che esiste ed è forte nelle aule e nei corridoi delle scuole, quello tra docenti e studenti. I ragazzi ne sono consapevoli e proteggono quel tempo dedicato alla relazione con i docenti e con i compagni per ricordare a noi, mamme e papà, che accompagnarli vuol dire anche fidarsi degli altri adulti di riferimento. I figli, chiudendosi nelle loro camere per la lezione, stanno insegnando ai genitori che esiste un tempo, uno spazio e una dimensione che appartiene a loro e alla scuola, così come tacitamente dicono che i loro insegnanti sanno cosa fare, anche in modalità online. Allora, forse, bisogna accogliere che, anche in tempi di didattica digitale, alla domanda: “Che avete fatto?”, la risposta sia: “Niente”, anche quando da dietro la porta chiusa sono uscite fuori parole che fanno pensare ad un dialogo con chi è dall’altra parte dello schermo su Euripide o sulle emozioni vissute nel tempo presente. Dietro a quel “niente” c’è un luogo e una dimensione che appartiene alla loro crescita personale e culturale, di cui sono protagonisti da studenti con i loro insegnanti. È lo spazio della classe, da rispettare sempre.

Tutto il mondo della scuola è in movimento e questo tempo ha il merito di aver aperto prospettive nuove, oltre che di aver confermato una realtà di cui gli operatori scolastici sono profondamente convinti: prima di essere luogo di in-formazione, il nostro è luogo di formazione, di relazioni, di crescita. Se nel primo periodo ci ha accompagnati la frase totem: “Andrà tutto bene”, dopo il 16 marzo, passata l’idea di provvisorietà, ci siamo accorti che, come direbbe Tolkien, “Il mondo sta cambiando”. La scelta è dare una direzione al cambiamento o subirlo. E la scuola non può permettersi di subire. La scuola ha il compito di dare ai suoi studenti, nessuno escluso, gli strumenti per decodificare la realtà, per mettere ordine al caos, per costruire il proprio futuro a partire dal presente. Compito arduo quello assegnato dalla Costituzione ai docenti, lo sappiamo bene. Ma è proprio la grandezza della sfida a renderla interessante.