Maturità 2021, l'in bocca al lupo di Gad Lerner: «Dopo scegliete ciò che vi appassiona»
Ai microfoni di Zai.time il celebre giornalista commenta i media contemporanei e ricorda la sua maturità
Alex Lung | 17 June 2021

Gad Lerner, giornalista e saggista, inizia la sua carriera nel 1976 scrivendo per Lotta Continua, pubblicazione di estrema sinistra. I suoi articoli sono da allora comparsi su alcune delle più importanti testate italiane: Il Manifesto, L'Espresso, La Stampa e Il Fatto Quotidiano, per cui scrive tutt'oggi. Importanti anche le esperienze televisive, con la condizione di vari programmi di approfondimento su Rai e La7. Automatico quindi parlare con lui della situazione del giornalismo italiano contemporaneo, con qualche riferimento alle speranze per il futuro dei media e con preziosi consigli ai giovani

 

Utilizzare i media: è una delle competenze per diventare adulti responsabili, e c'è bisogno di educare a questo?

C'è bisogno di non accontentarsi: credo che troppi ragazzi si illudano di essere informati per via di un tweet, di un passaparola, di una fake news sparata ad effetto. Sviluppare la voglia e la capacità di comprendere davvero che cosa è accaduto - anche in luoghi lontanissimi che però hanno un'influenza diretta su di noi - è una necessità educativa.

 

Affinché i giovani non si accontentino, quale mossa dovrebbero applicare i quotidiani?

È difficile indicare una ricetta. Dietro a ogni notizia c'è un lavoro che richiede due cose contemporaneamente. Innanzitutto la capacità di andare sul campo: il giornalista deve entrare in relazione coi protagonisti dei fatti. Poi è importante anche studiare i libri e consultare le schede d'archivio. Altrimenti i ragazzi che leggono potrebbero rimanere vittima di "quello che sembra". I giornali online hanno un maledetto problema: intanto è durissima tenersi aggiornati online in diretta, ma soprattutto i loro giornalisti sono sottoposti a turni massacranti, spesso guadagnando due lire, facendo carriera con il titolo e la notizia forzata. È molto più difficile costruirsi quella professionalità che nasce dal bagaglio di esperienza. Faccio un esempio su una persona che conosco: Bernardo Valli, forse il più grande giornalista italiano di politica internazionale. Lui si è fatto la guerra d'indipendenza in Indocina a fianco della legione straniera, e da allora ha girato letteralmente il mondo, conoscendo personaggi che hanno fatto la storia. Sono esperienze importanti: chiacchierando con Che Guevara a Zanzibar, incontrando il primo ministro indiano Nehru, dandoti del "tu" con vari leader del Medio Oriente, sai giudicare il mondo di oggi in un altro modo. Per diventare un "Bernardo Valli" ci vogliono decenni di lavoro e testate disposte a spendere fondi per inviare gente in giro per il mondo. Se perdiamo questi grandi testimoni non sarà la stessa cosa.

 

Quali e quanti quotidiani ama leggere al mattino?

Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, ovviamente Il Fatto Quotidiano, su cui scrivo, e Domani, che intriga anche se è un piccolo giornale. Un'altra piccola realtà che spesso ha notizie interessanti è Il Foglio. Un tempo mi veniva consegnata sul zerbino "la mazzetta". Enorme, voluminosissima: mia moglie mi odiava perché la casa era invasa di carta. A quell'epoca leggevo quindi dieci, dodici quotidiani, senza contare quelli internazionali. Per i giornalai era un trionfo!

 

Quanto è cambiata la comunicazione politica durante e dopo la pandemia?

È cambiata davvero? Forse la differenza sta nel fatto che si misura con maggiore facilità l'incompetenza dei politici che si lasciano guidare da una pura e semplice logica di consenso. Diciamo che i media seguono quei quattro o cinque: più la sparano grossa e più il giornale pensa che valga la pena di dargli spazio. Questo però ci ha ulteriormente indeboliti nel fornire utilità e spirito critico a chi sta infatti progressivamente smettendo di leggerci. Sono pochissimi i giornali italiani che nella pandemia hanno aumentato le vendite, e si tratta di quelli più radicalizzati, come Il Fatto e La Verità. Sembrerebbe quindi che l'unico rimedio sia quello di esprimere punti di vista molto evidenti, molto schierati. Ovviamente non sto parlando male del Fatto: credo che dia molte notizie interessanti, e che il suo andare controcorrente abbia contribuito a permettere un bilancio sano anche dal punto di vista economico.

 

È giusto pensare che i giornalisti siano poco pagati per via della gratuità del servizio online, e che ciò contribuisca a creare un giornalismo scadente? Oppure l'informazione deve essere aperta a tutti, e questo è un bene?

C'è un fenomeno di massa che riguarda i giovani del settore, che io chiamo la proletarizzazione dei giornalisti. Mi mette in imbarazzo parlarne, perché sono un benestante che ha vissuto la stagione fortunatissima in cui i giornali guadagnavano: avevamo contratti a tempo indeterminato, una copertura previdenziale pensionistica fantastica e note spese con cui si poteva viaggiare parecchio. Tutto questo oggi viene travolto da tariffari bassissimi, per cui succede che un giornalista guadagni cinque euro per un articolo, che non abbia nessun contratto dietro alla mascheratura del libero professionista. Ci sono dei fior di professionisti laureati che guadagnano meno di chi fa lavori manuali umili, a loro volta malpagati. La proletarizzazione dei giornalisti è un fattore che peggiora la qualità. Ma riguardo alla gratuità dell'informazione aggiungo un'affermazione che magari molti miei colleghi contesterebbero: l'informazione è un bene talmente indispensabile alla democrazia per creare un dibattito pubblico consapevole, che se dovessimo anche constatare come inevitabile il fatto che un'impresa editoriale non si regga semplicemente con le vendite o le inserzioni pubblicitarie, non sarei scandalizzato se ci fossero dei finanziamenti statali. Oggi le principali testate sono possedute da imprenditori che considerano il giornale come un business secondario, quindi non sono interessati se è in perdita. Dunque sarebbe meglio trovare forme trasparenti di finanziamento pubblico, facendo pagare poco l'informazione. Bisogna capire che formare dei bravi giornalisti costa.

 

Siamo in periodo di esami di maturità: quali sono i suoi ricordi?

Ho avuto una botta di fortuna: facevo molta politica a quel tempo, e in quarto non ho praticamente frequentato le lezioni. Nonostante fossi considerato uno di quello che poteva essere tra i primi della classe venni bocciato, e per sanare questo disonore decisi che dovevo fare due anni in uno. Il penultimo anno del liceo l'ho frequentato alla scuola serale, con la promessa di studiare come un pazzo l'ultimo mese. Mi andò bene: non potevo non fare scena muta in chimica o fisica, ma sono andato meglio in storia, filosofia, italiano e latino. Diedero il tema "parla di una città che conosci e descrivila". Io ho descritto Tel Aviv, con la quasi assoluta certezza che nessun commissario la conoscesse; il mio tema finì anche sul giornale. In questo modo ho risicato un 40/60.

 

Come si sceglie un'università adatta?

Risponde uno che l'università l'ha lasciata: ho dato sette esami in tutto perché facevo politica, e poi da lì è iniziata la carriera giornalistica. L'istinto mi dice che bisogna scegliere un corso che appassioni. So che oggi si fanno altri calcoli: si ritiene necessario studiare cose che diano sbocchi lavorativi più probabili, e non condanno chi usa questo criterio, sebbene scivoloso e a rischio di delusioni. Credo che studiando qualcosa che piace si possa creativamente costruire il proprio futuro.